Abito al Salone del Mobile 2026: moda e design raccontano il Made in Italy
Abito è un progetto culturale promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e curato da Palomba Serafini Associati. Presentata al Salone del Mobile 2026 come prima tappa di un percorso internazionale, la mostra indaga il rapporto tra moda e design attraverso abiti storici della Collezione Quinto-Tinarelli e oggetti iconici del Made in Italy. Il percorso cronologico racconta l’evoluzione del ruolo della donna, del corpo, dell’abitare e della cultura del progetto, dal superamento del corsetto fino alle identità fluide e sostenibili contemporanee.
Al Salone del Mobile 2026 arriva Abito, una mostra che mette in relazione due linguaggi fondamentali della cultura progettuale italiana: la moda e il design. Il progetto nasce da un’idea del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ed è curato da Palomba Serafini Associati, studio fondato da Ludovica Serafini e Roberto Palomba.
“Abito” indica ciò che il corpo indossa, ma richiama anche il verbo “abitare”: il modo in cui l’essere umano occupa lo spazio, lo vive e lo trasforma. Da questa doppia lettura nasce un racconto che attraversa oltre un secolo di storia italiana, osservando come abiti, arredi e oggetti d’uso abbiano accompagnato l’evoluzione della società, del corpo e del ruolo femminile.
Una mostra sul rapporto tra vestirsi e abitare
Abito parte da una domanda precisa: in che modo moda e design raccontano i cambiamenti della società? La risposta prende forma in un percorso espositivo che mette a confronto abiti storici e oggetti iconici del design italiano, costruendo una cronologia visiva e culturale dal Novecento a oggi.
La mostra interpreta il vestire e l’abitare come due gesti paralleli. L’abito definisce il rapporto tra corpo, identità e spazio pubblico; il design, invece, traduce in oggetti e arredi i nuovi modi di vivere, sedersi, lavorare, riposare e relazionarsi. In entrambi i casi, la forma non è mai solo estetica: è il riflesso di un comportamento sociale.
Il fulcro del progetto è l’evoluzione della figura femminile. Dal corpo costretto dal corsetto alla libertà di movimento, dalla postura borghese alla presenza nello spazio pubblico, la moda femminile diventa una chiave di lettura delle trasformazioni culturali. In parallelo, il design registra lo stesso passaggio attraverso sedute più ergonomiche, oggetti funzionali e ambienti pensati per una vita quotidiana meno rigida.
La curatela di Palomba Serafini Associati
La curatela, il concept e l’allestimento sono firmati da Palomba Serafini Associati, che costruisce un racconto immersivo capace di tradurre contenuti storici e culturali in esperienza spaziale. La mostra non si limita ad accostare abiti e oggetti, ma li inserisce in un sistema di rimandi tra epoche, posture, materiali e forme.
Come sottolineano i curatori, Abito indaga la relazione socio-cronologica tra moda femminile e design, interpretando il ruolo della donna come metafora delle evoluzioni della società . Il percorso diventa così uno strumento di lettura del Novecento italiano e delle sue trasformazioni: dall’emancipazione del corpo alla nascita del comfort moderno, dalla cultura pop alla sostenibilità.
L’allestimento è pensato per dare continuità visiva a questa narrazione. Ogni periodo storico viene raccontato attraverso un dialogo tra capi d’archivio, oggetti di design e immagini fotografiche realizzate da Roberto Palomba, che fanno da sfondo alla sequenza espositiva.
Abiti storici e icone del design Made in Italy
Gli abiti selezionati provengono dalla Collezione Quinto-Tinarelli, archivio che documenta l’evoluzione del costume dal Novecento a oggi. A differenza degli oggetti di design, spesso ancora in produzione, gli abiti esposti sono testimonianze fragili e preziose di una stagione culturale specifica. Proprio per questo assumono il valore di documenti storici.
Accanto alla moda, la mostra presenta una selezione di arredi e oggetti Made in Italy che hanno segnato l’evoluzione del Made in Italy. Molti di questi pezzi sono ancora disponibili in produzione, confermando la capacità del design di attraversare il tempo mantenendo attualità e funzione.
Il confronto tra moda e design produce una tensione interessante. La moda lavora sulla stagionalità, sulla trasformazione rapida del gusto e sulla relazione diretta con il corpo. Il design, invece, tende a costruire forme più durevoli, capaci di diventare archetipi domestici. Abito mette in scena proprio questa differenza, trasformandola in un racconto sulla memoria collettiva.
Dal corsetto alla nascita del comfort moderno
Il percorso si apre tra 1890 e 1910, alla fine del secolo della forma rigida. In questa fase, il corsetto domina l’abbigliamento femminile come strumento di costrizione del corpo e come riflesso della società borghese. Anche l’arredamento è segnato da un’idea di forma che prevale sulla funzione.
Il passaggio verso il Novecento introduce un cambiamento radicale. La liberazione dal corsetto modifica la postura femminile e apre a nuovi modi di stare nello spazio. In parallelo, il design comincia a interrogarsi sul comfort e sull’ergonomia. La Poltrona Chester di Poltrona Frau è uno dei punti di svolta di questa transizione, perché introduce un diverso rapporto tra corpo e seduta.
Tra 1920 e 1930 nasce una nuova idea di bellezza funzionale. Gli oggetti e gli abiti non devono più imporre una forma, ma accompagnare la vita quotidiana. La Poltrona 1919 di Poltrona Frau, con la sua attenzione all’inclinazione dello schienale e al piacere del corpo, diventa emblema di un comfort borghese più intimo e moderno.
Eleganza, rinascita e modernità
Gli anni 1930-1940 segnano l’affermazione di un’eleganza più consapevole, lontana dal classicismo decorativo e vicina alla misura del primo design industriale. Nella moda, il corpo femminile diventa più dichiarato; nel design, la struttura non viene più nascosta, ma portata in evidenza. La mostra accosta abiti sartoriali a icone come la Chaise Longue LC4 di Cassina, la Bilia di FontanaArte e i vetri Venini, restituendo un’epoca in cui forma e funzione iniziano a trovare un nuovo equilibrio.
Il dopoguerra introduce invece il tema della rinascita. Tra 1940 e 1950, l’Italia ricostruisce case, città, fabbriche e immaginario collettivo. Moda e design diventano strumenti del sogno italiano: da un lato l’eleganza mediterranea, dall’altro la leggerezza come valore civile. La Superleggera 699 di Gio Ponti per Cassina è uno degli oggetti simbolo di questa stagione, insieme a pezzi di Venini, De Vecchi, Bonacina e Campeggi.
Gli anni Sessanta e Settanta: libertà, corpo e sperimentazione
Con gli anni 1960-1970, il percorso entra nella stagione della modernità democratica. Il prêt-à-porter rende la moda più dinamica e accessibile, mentre il design introduce oggetti più liberi, colorati e sperimentali. Il corpo non è più costretto in modelli sociali rigidi: si muove, si siede in modo informale, esprime identità.
La Poltrona Sacco di Zanotta, progettata da Piero Gatti, Cesare Paolini e Franco Teodoro, diventa uno degli esempi più chiari di questa trasformazione. La sua ergonomia informale dialoga con l’abbigliamento unisex, con i jeans e con un’idea di libertà quotidiana che supera i codici tradizionali .
Negli anni 1970-1980, la mostra racconta la controcultura e l’introspezione. Oggetti come la Poltrona Up di Gaetano Pesce per B&B Italia, la Boalum di Artemide, il Cactus di Gufram e la Cab di Cassina traducono la materia in esperienza sensoriale. Vestirsi e abitare diventano atti politici, modi per rifiutare gerarchie e sperimentare nuove forme di vita.
Dagli anni Ottanta al minimalismo degli anni Novanta
Gli anni 1980-1990 sono letti attraverso il tema del potere e dell’immagine. La moda costruisce nuovi codici di affermazione, dalle spalle strutturate di Giorgio Armani all’espressività di Versace e Moschino. Il design risponde con il linguaggio postmoderno, dove forme, colori e simboli diventano strumenti di comunicazione.
La libreria Carlton di Ettore Sottsass per Memphis, insieme alla lampada Treetops, al bollitore 9093 di Alessi firmato Michael Graves e alla Tolomeo Mega di Artemide, racconta una stagione in cui il Made in Italy diventa un brand globale, capace di unire rigore e spettacolo.
Negli anni 1990-2000, invece, il valore si sposta verso il silenzio e la misura. Il lusso diventa meno esibito, più mentale, legato alla qualità dei materiali, alla durata e alla proporzione. Oggetti come il tavolo Ferro di Porro, la poltrona Frog di Living Divani, la Vermelha di Edra e la lampada Mayday di Flos accompagnano un’estetica più sobria e riflessiva.
Esperienza, sostenibilità e identità fluide
Il percorso prosegue negli anni 2000-2010, quando lo stile imposto lascia spazio alla sperimentazione individuale. La casa diventa uno spazio più introspettivo, ma anche ironico e aperto alla rilettura del passato. La Louis Ghost di Philippe Starck per Kartell, il tavolino Attila, la Lumiere XXL di Foscarini e altri oggetti del periodo raccontano un design capace di citare, trasformare e alleggerire icone storiche.
Con il decennio 2010-2020, Abito arriva ai temi della sostenibilità e delle identità liquide. Moda e design abbandonano categorie rigide di genere, status e funzione, mentre la responsabilità ambientale diventa una necessità progettuale. Materiali, processi e forme vengono riletti in chiave circolare e inclusiva. In mostra compaiono pezzi come la sedia Piuma di Kartell, la lampada Arrival Terra di Artemide, il tavolino Lokum di Acerbis, la Mini Geen-A Lamp di Kartell e la poltrona Grace di Talenti.
L’allestimento tra fotografia, manichini e oggetti in produzione
La forza della mostra sta nel rapporto tra documento e presenza fisica. Gli abiti d’archivio sono esposti come testimonianze di epoche precise, mentre gli oggetti di design, spesso ancora prodotti, mostrano la continuità del progetto italiano. Questa differenza temporale rende il percorso particolarmente efficace: la moda restituisce il clima di un momento, il design ne dimostra la durata.
Ogni sezione è accompagnata da scatti fotografici di Roberto Palomba, che cristallizzano i passaggi storici e costruiscono una cornice visiva per gli abiti e gli arredi. La collaborazione con Bonaveri, azienda specializzata nel manichino d’eccellenza, contribuisce a valorizzare l’abito storico come corpo narrativo, amplificandone la presenza scenica.
credit image by Press Office – photo by Enrico Costantini












