Alla Milano Design Week 2026 Antonio Marras e De Castelli presentano La Geometria del Caos
Con La Geometria del Caos, Antonio Marras trasforma la Gallery De Castelli in occasione della Milano Design Week 2026 in un ambiente sospeso dove il metallo smette di essere semplice materia industriale e diventa racconto, figura, presenza. Tra portali, totem, paraventi, tavolini, specchi, lampade e contenitori, il progetto costruisce una sequenza di opere uniche in edizione limitata nate nelle officine De Castelli e guidate da una visione che intreccia mito, artigianalità e ricerca formale.
Alla Milano Design Week 2026, la Gallery De Castelli in via Visconti di Modrone 20 ospita La Geometria del Caos, progetto firmato da Antonio Marras insieme a De Castelli. Una vera costruzione ambientale: una sequenza di soglie, presenze e oggetti che trasformano la galleria in un interno narrativo, quasi teatrale.
Antonio Marras immagina lo spazio come un organismo abitato da figure e apparizioni: all’ingresso compaiono due grandi guardiani, poi totem, pareti metalliche, specchi, lampade e mobili costruiscono un insieme che anima la gallery.
Il metallo come materia viva: il cuore tecnico del progetto
Dal punto di vista del design, il lavoro è interessante soprattutto perché racconta la natura del metallo. De Castelli, azienda fondata da Albino Celato nel 2003 e riconosciuta per aver introdotto il linguaggio del design nella lavorazione di acciaio, rame e ottone, mette qui a disposizione un vero lessico tecnico fatto di incisioni, trattamenti, ossidazioni, finiture e sperimentazione continua sulle superfici.
Albino Celato racconta il metallo come una materia che reagisce, cambia, sprigiona energia e prende direzioni proprie una volta incisa, scaldata e trattata. Nella mostra il metallo non viene forzato in una geometria rigida, ma portato fino a un punto di tensione in cui superficie, luce e ossidazione diventano parte della forma. L’esito è una materia che conserva il peso della lavorazione e, insieme, acquista una qualità quasi emotiva.
Antonio Marras, Efesto e l’idea di una bellezza nata dalla disobbedienza
La mostra è attraversata da un impianto simbolico forte, costruito attorno alla figura di Efesto, dio del fuoco e della metallurgia. In questo racconto, il metallo viene letto come una materia da sfidare e quasi da sedurre: Antonio Marras si avvicina alla tecnica con un approccio istintivo, aperto, quasi infantile, lasciando che il risultato desiderato preceda la definizione del processo. Sarà poi De Castelli a tradurre quella visione in oggetto, facendo da ponte tra immaginazione e fattibilità.
Questo passaggio è fondamentale perché spiega perché La Geometria del Caos non appare come un semplice esercizio formale. La sua forza nasce dallo scarto tra controllo tecnico e gesto intuitivo. Il fuoco, l’ossidazione, la carezza della mano, il segno inciso: tutto concorre a creare oggetti che sembrano tenere insieme brutalità e delicatezza, struttura e improvvisazione.
I portali e i totem: la soglia come dispositivo narrativo
L’ingresso della gallery è segnato da Janula da Jana, il portale che introduce il visitatore all’interno di un racconto fatto di presenze verticali e figure di passaggio. Antonio Marras parla esplicitamente di “guardiani”, ed è una definizione che chiarisce bene la funzione del progetto: non decorare la soglia, ma trasformarla in un momento di attraversamento simbolico.
Subito dopo entrano in scena i totem Chimbe, Astarte, Sid, Adon, Hekate. Questi elementi appaiono come figure metalliche slanciate, composte da volumi sovrapposti e corpi segmentati, più vicine alla scultura che all’arredo in senso convenzionale. Sono oggetti che stabiliscono una presenza fisica forte, ma non monumentale: stanno nello spazio come presenze rituali, segnandone il ritmo verticale.
Paraventi, superfici e pareti: il metallo come scrittura
Tra i lavori più convincenti del progetto ci sono quelli in cui il metallo si comporta come un sistema di segni. Mura de Plata e Peplos, il paravento, raccontano bene questa dimensione. Peplos si presenta come una sequenza di elementi verticali di altezze e finiture differenti, quasi una partitura visiva fatta di lamine, cromie ossidate e inserti luminosi.
Mura de Plata, allo stesso modo, lavora come una pelle architettonica. Una parete composta, stratificata, che usa il metallo per costruire vibrazione, profondità e ritmo. In entrambi i casi il progetto mostra una qualità importante: De Castelli tratta il metallo come materia da leggere per piani, densità, riflessi e variazioni di patina.
I contenitori: Ziqqurat e Celato Skeria
La parte più domestica della collezione è affidata a pezzi come Ziqqurat e Celato Skeria, che però conservano una forte tensione artistica. Ziqqurat, la madia, richiama già nel nome una costruzione a gradoni e si presenta con una composizione architettonica compatta, quasi templare, alleggerita da inserti figurativi che la allontanano dal puro rigore geometrico.
Celato Skeria, la cassettiera, è uno dei pezzi più narrativi: un mobile verticale segnato da campiture metalliche e da due figure stilizzate che sembrano affiorare dalla superficie. È un arredo interessante perché rende esplicito uno dei temi centrali di Antonio Marras: l’oggetto domestico come supporto di memoria, volto, apparizione.
Tavolini e consolle: quando la funzione si piega al gesto
Anche gli elementi più funzionali della collezione evitano ogni neutralità. I tavolini Mesa hanno piani fluidi e quasi biomorfici, con una silhouette che sembra piegarsi come un lembo di metallo ammorbidito dal fuoco. Sono tavolini che lavorano per tensione tra leggerezza apparente e consistenza materica.
La consolle Elixa, al contrario, sceglie una presenza più trattenuta. Il suo profilo è sottile, curvo, quasi essenziale, ma proprio questa sottrazione la rende significativa nel contesto della mostra: è la prova che il progetto non vive solo di accumulo narrativo, ma sa trovare equilibrio anche in gesti più misurati. Anche qui, però, resta centrale il lavoro sulla materia, sulla continuità del bordo e sulla qualità riflettente del metallo.
Specchi e luce: Meduza, Enigma e Lumera
Nella mostra, riflessione e illuminazione sono dispositivi attivi. Meduza, serie di specchi a parete, e Enigma, specchio girevole, introducono una deformazione controllata del riflesso: non restituiscono semplicemente l’immagine, la mettono in scena. Meduza appare come uno specchio dai contorni mossi, quasi liquidi, mentre Enigma lavora su un profilo più netto e concentrato, con una presenza grafica molto forte.
Le sospensioni Lumera completano il racconto con una verticalità luminosa che richiama talismani o frammenti metallici appesi. Anche qui la tecnica conta: il metallo è il mezzo attraverso cui la luce viene filtrata, trattenuta, resa più densa. In un progetto dominato dal fuoco e dalle ossidazioni, le lampade sono quasi la forma finale di quella combustione iniziale.
La Geometria del Caos. Antonio Marras e De Castelli
De Castelli Gallery
Via Visconti di Modrone 20
16 aprile – 31 maggio 2026
credit image by Press Office – photo by Daniele Notaro













