Bugonia di Yorgos Lanthimos: Emma Stone e Jesse Plemons in un thriller cupo e visionario
Con Bugonia Yorgos Lanthimos firma un nuovo capitolo della sua poetica, portando sullo schermo una storia claustrofobica e surreale: due cugini convinti che una potente CEO sia un’aliena la sequestrano, generando uno scontro che mescola paranoia, humour nero e riflessioni sulla nostra epoca. Emma Stone, Jesse Plemons e il giovane Aidan Delbis guidano un cast in stato di grazia, mentre la fotografia di Robbie Ryan e i costumi di Jennifer Johnson scolpiscono un universo disturbante e allo stesso tempo seducente.
Un thriller psicologico che ridefinisce la paranoia contemporanea
Bugonia segna il ritorno di Yorgos Lanthimos a un cinema corrosivo e disturbante. Il regista affronta i temi della manipolazione, della disinformazione e della paura collettiva attraverso un racconto claustrofobico che si sviluppa quasi interamente in un seminterrato. Il risultato è un’opera che mescola tensione, humour surreale e riflessione sociale, dove il confine tra delirio e verità si assottiglia fino a scomparire.
La trama segue Teddy (Jesse Plemons) e Don (Aidan Delbis), due cugini convinti che Michelle (Emma Stone), CEO di un colosso farmaceutico, sia un’aliena pronta a distruggere la Terra. L’iniziale assurdità delle loro azioni si trasforma in un confronto inquietante, che rivela le contraddizioni non solo dei protagonisti, ma anche dello spettatore.
Un cast in stato di grazia
Emma Stone, al quinto progetto con Lanthimos, interpreta Michelle con una gamma sorprendente di sfumature. Dapprima glaciale e autoritaria, la sua figura si incrina progressivamente, mostrando vulnerabilità e segreti che destabilizzano ogni certezza. La sua trasformazione fisica – con la rasatura della testa come scelta narrativa ed estetica – rafforza l’ambiguità del personaggio.
Jesse Plemons, definito dallo stesso Lanthimos “uno degli attori più potenti della sua generazione”, costruisce un Teddy inquietante e al tempo stesso fragile. La sua rabbia, radicata in un passato segnato da dolore e solitudine, diventa il motore di un personaggio che oscilla tra vittima e carnefice.
Accanto a loro, Aidan Delbis – al suo debutto cinematografico – sorprende per autenticità e sensibilità. Don è la bussola morale del film: impacciato ma coraggioso, rappresenta lo spettatore nella sua continua oscillazione tra le ragioni e gli eccessi dei due poli opposti.
Fotografia e regia: VistaVision come esperienza sensoriale
Il direttore della fotografia Robbie Ryan adotta il formato VistaVision, capace di ampliare lo spazio visivo e restituire un’immagine stratificata e quasi pittorica. L’uso di questa tecnologia, rara e complessa, conferisce al film un respiro insolito: i protagonisti, confinati nello spazio ridotto del seminterrato, appaiono come figure monumentali, quasi scolpite, in contrasto con la degradazione dell’ambiente.
Lanthimos sfrutta la staticità obbligata della macchina da presa pesante per creare un senso di oppressione, facendo delle inquadrature dei veri ritratti di un’umanità alla deriva. Il risultato è un’estetica che amplifica l’inquietudine, trasformando uno spazio chiuso in una prigione mentale e simbolica.
Scenografia e costumi: lo specchio del disagio
La scenografia di James Price contribuisce a trasformare la casa di Teddy in un personaggio aggiuntivo. Ogni dettaglio – dalle pareti sporche al seminterrato fatiscente – racconta un’esistenza sospesa, bloccata in un tempo che non avanza. Questo ambiente diventa specchio del trauma e della paranoia, un laboratorio emotivo in cui gli spettatori sono costretti a confrontarsi con le ansie della modernità.
I costumi di Jennifer Johnson, d’altro canto, rafforzano le identità archetipiche dei protagonisti: Michelle è sempre avvolta in completi rigorosi, simbolo di un potere che non concede spazio all’individualità; Teddy indossa abiti trasandati, contaminati da miele e cera, ma arricchiti da tocchi che evocano una sorta di anti-supereroe; Don, invece, si muove tra capi dimessi e troppo larghi, memoria di un padre assente.
La musica di Jerskin Fendrix: un’orchestra tra ironia e tragedia
La colonna sonora, registrata con la London Contemporary Orchestra, alterna momenti solenni a sonorità graffianti, riflettendo l’instabilità dei protagonisti. Fendrix compone partiture che sembrano adolescenti nella loro rabbia, rumorose e scomposte, ma capaci di trasformarsi in orchestrazioni imponenti quando la storia assume toni apocalittici.
Il montaggio di Yorgos Mavropsaridis dialoga strettamente con la musica, creando una tensione costante: silenzi improvvisi si alternano a esplosioni sonore, replicando sul piano audiovisivo lo stesso conflitto che anima i personaggi.
Recensione: un’opera disturbante e irresistibile
Bugonia si impone come uno dei lavori più audaci di Yorgos Lanthimos, capace di unire ironia nera, tensione psicologica e riflessione politica in un equilibrio sorprendente. La regia sfrutta la claustrofobia per amplificare ogni dettaglio: un gesto, un silenzio, una smorfia diventano detonatori emotivi che esplodono nel tempo sospeso del seminterrato.
Emma Stone domina la scena con un’interpretazione che alterna autorità e fragilità, consegnando un personaggio ambiguo che non smette mai di sorprendere. Jesse Plemons, con la sua intensità trattenuta, costruisce un Teddy inquieto, mosso da rabbia e dolore, ma capace di suscitare empatia anche nei momenti più oscuri. Aidan Delbis offre un contrappunto delicato e commovente, incarnando l’umanità ferita che resiste sotto la superficie della paranoia.
Bugonia non è solo un film sul complotto, ma un viaggio disturbante dentro le ossessioni del presente. Un’opera che resta addosso, tanto per le immagini potenti quanto per la sua capacità di interrogarci su ciò che crediamo e su ciò che siamo disposti a fare per difenderlo.
credit image by Press Office – photo Courtesy of Focus Features © 2025 All Rights Reserved.














