Dior collezione haute couture autunno inverno 2018 2019: il ready-made duchampiano

Sulle passerelle di Parigi ha sfilato, nei giardini del Musée Rodin, la collezione Haute Couture autunno inverno 2018 2019 di Dior immaginata da Maria Grazia Chiuri. Scopri tutti i look su Globe Styles

Sulle passerelle di Parigi ha sfilato, nei giardini del Musée Rodin, la collezione Haute Couture autunno inverno 2018 2019 di Dior immaginata da Maria Grazia Chiuri.

In uno spazio immacolato, sono state messe in risalto le 294 tele che hanno dato vita alle creazioni di questa collezione, presentate su manichini Stockman. Richiamo all’ambientazione di una delle sale della mostra Christian Dior, couturier du rêve svoltasi da luglio 2017 al gennaio scorso al Museo delle Arti Decorative di Parigi, si riflettevano qui all’infinito grazie a immensi specchi.

Questa ipnotica presentazione ha richiesto quasi venti ore di montaggio per rendere un omaggio sublime all’atelier: luogo sacro della creazione e del savoir-faire di eccellenza della haute couture della Maison, celebrato in particolar modo per questa sfilata di Maria Grazia Chiuri.

Curiosamente, forse, è il disordine del desiderio e della soggettività a rendere sia la psicoanalisi lacaniana sia l’arte d’avanguardia notevolmente radicali, ideali per una negoziazione delle bizzarre creazioni dell’haute couture.

È possibile celebrare l’haute couture e allo stesso tempo darne una lettura critica? È possibile essere fedeli alle regole ferree dettate dalla Chambre Syndicale de la Haute Couture – “i modelli originali devono essere disegnati dal couturier o dai suoi più stretti collaboratori a tempo pieno; gli abiti sono creati esclusivamente negli atelier…”; Didier Grumbach, Dictionnaire de la mode au XXe siècle, Parigi, Regard, 1994 – e allo stesso tempo disintegrarle per dare un nuovo ordine?

Questi sono alcuni degli interrogativi che Maria Grazia Chiuri si è posta, dopo che la grande mostra dedicata a Dior al Musée des Arts Décoratifs ha esaltato le creazioni della couture, rendendo monumento quel luogo sacro e senza tempo che è ancora oggi l’atelier.

Gli atelier sono luoghi che conservano i pensieri. È in questa memoria della couture, in questa sequenza visiva di forme, colori e atteggiamenti che irrompe l’azione della Chiuri. La couture è un’istanza dell’avanguardia, una forma d’arte che si sviluppa dall’immaginazione. Una riflessione che si attiva coltivando l’audacia di ripetere gesti codificati e insieme contraddirli. Perché la couture oggi è prima di tutto un gesto concettuale. Un ready-made duchampiano.

Gli elementi sono collegati gli uni agli altri dal potere prensile di una idea fissa, un arcipelago speculativo che corrisponde a un’immagine centrale. Quella classica, tramandata nei libri di moda. Un gruppo stilizzato, una sequenza di oggetti perfetti, in rapporto solitario l’uno con l’altro. Oggetti assoluti che non hanno bisogno di descrizione. In una sequenza astratta e precisa allo stesso tempo.

A volte a guidare il progetto sono i tessuti, lavorati in manifatture antiche che possono sopportare una produzione di pochi metri alla volta e a cui viene chiesto di introdurre un elemento estraneo, una procedura nuova che si insinua nel tracciato delle regole. Nulla è come sembra, e ogni materiale subisce mutazioni che ne accrescono le prestazioni in maniera smisurata, amplificando ogni apparizione.

Altre volte è il desiderio di ricostruire la ritualità vestimentaria nel susseguirsi delle occasioni che scandiscono la giornata. L’haute couture è la possibilità di indossare capi di una qualità unica, di adattare un’opera perfetta al proprio corpo, mai stabile e perciò imperfetto. Ecco perché Maria Grazia Chiuri torna alle origini e disegna cappotti che diventano simboli del loro significato, ali di pipistrello a mo’ di maniche per la giacca Bar dei tailleur, abiti che sono purissimi incastri di forme diverse. La vera trasgressione è il ritorno alla grammatica sovvertendo la sintassi.

La teoria delle tonalità polverose nel mattone, verde, rosa e arancio dialogano con il nude, il colore della pelle (non solo degli abiti ma anche degli accessori, della preziosissima Costume Jewelry, delle velette e dei cappelli), a ribadire la complementarietà del corpo, quello di cui la couture si prende cura.

In una sequenza, gli abiti da sera si esprimono attraverso variazioni virtuosistiche su diverse tipologie di pieghe, oppure sulle sovrapposizioni, a contrastare bustier asciutti che formano un’inaspettata contrapposizione nella nuova interpretazione della forma della canottiera.

Ma è nella scultorea silhouette di un abito di seta double rossa cucito in un unico pezzo, apripista di una serie di creazioni maestose e intime, trattenute ed esplose insieme, che la couture diventa luogo psicologico di resistenza femminile: nella sua capacità di porre in relazione il corpo singolo e mutevole alla creazione con dignità di opera.

Alison Bancroft assimila in senso lacaniano la couture alla modalità espressiva delle avanguardie: negazione del positivismo maschile, riappropriazione di pratiche secolari rigettate dalla smania per il nuovo e considerate perdute, riattivazione della tradizione con significato e valenza pienamente contemporanei. Nell’incontro fra sistemi di regole e invenzione sbrigliata, la couture per Chiuri diventa ribellione, una sorta di guerriglia ideologica che esplode sui confini di una tradizione consolidata, senza mai valicarli del tutto.

credit image by Press Office Dior – photo by Emma Summerton