Disclosure Day, recensione: Spielberg torna a guardare il cielo, ma il vero mistero siamo noi

In breve
• Disclosure Day riporta Steven Spielberg nel territorio della fantascienza e del mistero extraterrestre, ma con la tensione del thriller cospirativo anni Settanta.
• Emily Blunt e Josh O’Connor guidano un racconto in cui UAP, segreti militari e disinformazione diventano il punto di partenza per parlare di verità ed empatia.
• I costumi di Paul Tazewell lavorano come una partitura nascosta: raccontano facciate sociali, appartenenze, vulnerabilità e trasformazioni interiori dei personaggi.

Disclosure Day è il nuovo thriller sci-fi di Steven Spielberg: un film su UAP, segreti governativi e rivelazioni capaci di cambiare il mondo, ma soprattutto una riflessione sul bisogno umano di verità, empatia e fiducia. Con Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Colman Domingo ed Eve Hewson, il film trova nei costumi di Paul Tazewell una delle sue chiavi narrative più sottili.

Disclosure Day è il film con cui Steven Spielberg torna a interrogare il cielo, ma lo fa con uno sguardo diverso rispetto al passato. Non c’è più soltanto lo stupore infantile di fronte all’ignoto, né la paura primaria dell’invasione. Qui il contatto con ciò che non conosciamo diventa una questione politica, morale, spirituale. La domanda non è solo: siamo soli nell’universo? La domanda più scomoda è: che cosa accadrebbe se qualcuno lo sapesse già e avesse scelto di non dircelo?

Il film parte da una premessa semplice e potentissima: il giorno della rivelazione, il momento in cui la verità non appartiene più a pochi apparati segreti, ma a otto miliardi di persone. Da qui Spielberg costruisce un thriller di fantascienza che dialoga apertamente con Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma lo attraversa con l’inquietudine politica di The Post, con la tensione morale de Il ponte delle spie e con la fisicità spettacolare del suo cinema d’azione più classico.

Un thriller sul mistero, ma soprattutto sulla verità

Al centro del film ci sono Margaret Fairchild, interpretata da Emily Blunt, e il dottor Daniel Kellner, interpretato da Josh O’Connor. Lei è una meteorologa televisiva di Kansas City, sospesa tra professionalità e desiderio di un’occasione più grande. Lui è un esperto di cybersicurezza legato alla Wardex, agenzia opaca e potentissima che custodisce da decenni prove sugli UAP e sulle visite extraterrestri.

La loro fuga non è quella di due eroi d’azione tradizionali. Margaret e Daniel non sembrano mai invincibili: hanno paura, inciampano, reagiscono in modo imperfetto. Ed è proprio questa imperfezione a rendere il film più umano. Spielberg li spinge dentro una macchina narrativa enorme – archivi segreti, tecnologia aliena, inseguimenti, controllo mentale, verità sepolte – ma non smette mai di guardarli come persone prima ancora che come funzioni della trama.

Il risultato è un film ben riuscito che valorizza due grandi elementi: da un lato c’è il piacere del grande cinema di genere, con fughe, complotti, set-piece fisiche e un senso costante di minaccia; dall’altro c’è una riflessione più ampia sul rapporto tra potere e conoscenza. La Wardex diventa il simbolo di ogni apparato che decide chi ha diritto alla verità e chi deve restare nell’ignoranza.

Emily Blunt e Josh O’Connor, due eroi fuori asse

Emily Blunt dà a Margaret una qualità magnetica: è composta quando deve esserlo, ma attraversata da una crescente frattura interna. Il suo personaggio parte da un ruolo codificato, quello della professionista televisiva abituata a controllare il tono, il volto, la postura. Poi il film la disorganizza, la espone, la costringe a uscire dalla superficie levigata della comunicazione pubblica.

Josh O’Connor lavora invece su una vulnerabilità più nervosa. Daniel è un uomo della tecnologia, del calcolo, della competenza specialistica, ma il film gli chiede continuamente di muoversi in territori in cui la razionalità non basta. La sua forza non sta nel dominare gli eventi, ma nel sopravvivere al loro eccesso, nel restare aperto a ciò che non capisce.

La chimica tra Blunt e O’Connor è una delle parti più riuscite del film. Non è romantica in senso tradizionale, né costruita sul carisma eroico. È una complicità da persone costrette a fidarsi senza avere il tempo di spiegarsi tutto e il loro legame porta dentro il thriller una nota di calore e fragilità.

Colin Firth, Colman Domingo ed Eve Hewson: il conflitto morale del film

Il Noah Scanlon di Colin Firth è un antagonista interessante perché non si percepisce mai come un mostro. È un uomo che ha trasformato il segreto in dottrina, convinto che alcune verità siano troppo destabilizzanti per essere consegnate al mondo. La sua freddezza non nasce solo dal potere, ma da una forma di paura razionalizzata, quasi paterna: proteggere l’umanità anche contro il suo diritto di sapere.

Colman Domingo, nei panni di Hugo Wakefield, è il contrappunto etico più luminoso. Il suo personaggio porta nel film una convinzione opposta: nascondere la verità non protegge più nessuno, ma impoverisce l’umanità della sua capacità più necessaria, l’empatia. Domingo lavora per sottrazione, con una presenza calma ma intensissima, come se Hugo fosse l’unico a sapere che la rivelazione non è solo un evento politico, ma una possibilità spirituale.

Eve Hewson, nei panni di Jane Blankenship, ex suora e compagna di Daniel, Jane è il personaggio che meglio incarna la domanda religiosa del film: che cosa succede alla fede quando l’universo si allarga improvvisamente oltre ogni confine immaginato? Il film non oppone scienza e religione in modo schematico. Le lascia dialogare attraverso i corpi, le paure e le scelte dei personaggi.

La regia: Spielberg tra meraviglia e paranoia

La regia di Spielberg lavora su un equilibrio molto preciso. Nella prima parte, Disclosure Day ha il passo del thriller cospirativo anni Settanta: sospetto, fughe, informazioni parziali, apparati invisibili, personaggi che non sanno più di chi fidarsi. Poi, progressivamente, il film si apre a una dimensione più spettacolare e visionaria, fino a ritrovare quel “realismo accentuato” che appartiene al cinema spielberghiano più riconoscibile.

La fotografia di Janusz Kaminski accompagna questa transizione: il mondo iniziale è più radicato, concreto, quasi procedurale; poi la luce comincia a cambiare, le superfici riflettenti diventano minacciose, gli spazi si deformano, la tecnologia assume un’aura quasi metafisica. La sede della Wardex, con le sue pareti di vetro, i livelli multipli e le centinaia di schermi, è uno degli ambienti più riusciti del film: un luogo che sembra promettere trasparenza e invece produce segretezza.

Tra le sequenze più potenti, quella del treno conferma il talento di Spielberg per l’azione leggibile, fisica, costruita sul ritmo e sulla posizione dei corpi nello spazio. Non è solo spettacolo: è una scena in cui la macchina del cinema torna a essere movimento puro, pericolo concreto, suspense visiva.

Speciale costumi: Paul Tazewell racconta i personaggi prima ancora delle parole

Uno degli aspetti più raffinati di Disclosure Day è il lavoro sui costumi firmato da Paul Tazewell. In un film dominato da segreti, apparati e identità instabili, l’abito è sempre una superficie narrativa. Dice che cosa un personaggio vuole mostrare, che cosa nasconde, a quale sistema appartiene e da quale sistema sta cercando di uscire.

Il percorso più evidente è quello di Margaret Fairchild. Quando la incontriamo, il suo guardaroba appartiene al codice televisivo: colori solidi, toni gioiello, linee professionali, capi pensati per funzionare davanti alle telecamere e non creare problemi tecnici con l’alta definizione o il green screen. È una divisa dell’immagine pubblica. Margaret è credibile, composta, pronta per lo schermo. Ma proprio questa perfezione rivela una distanza: sta interpretando un ruolo prima ancora che vivere una verità.

Quando la sua vita si spezza e Jackson le porta dei vestiti da casa dopo l’ospedale, il costume diventa molto più interessante. Il soprabito in cashmere sopravvive come residuo del mondo professionale, ma sotto compaiono una T-shirt, un maglione giallo senape, jeans e sneakers. È un assortimento casuale, quasi sbagliato, proprio perché non lo ha scelto lei. Eppure funziona narrativamente: la facciata cade, Margaret diventa meno immagine e più persona. Il giallo senape, caldo e inatteso, introduce una nota di ottimismo, come se il film lasciasse filtrare attraverso il costume la sua capacità di resistere.

Daniel Kellner è costruito in modo opposto. I suoi toni neutri, la felpa con cappuccio, il gilet, l’abbigliamento funzionale e poco dichiarativo parlano di un uomo che vuole passare inosservato. Daniel non usa la moda per affermarsi. Usa i vestiti come mimetismo. Anche quando fugge, non cambia davvero codice: i suoi abiti personali non sono lontani da ciò che indosserebbe al lavoro. Questa continuità racconta un personaggio introverso, tecnico, nervoso, più a suo agio nei sistemi informatici che nello spazio sociale.

Il contrasto con la “uniforme” Wardex è uno dei dettagli più riusciti del film. Gli agenti non indossano divise esplicite, ma variazioni di blu navy, silhouette simili, codici cromatici e formali che chi appartiene al sistema riconosce immediatamente. È il guardaroba della tecnocrazia segreta: abbastanza anonimo da non apparire militare, abbastanza omogeneo da creare appartenenza. Una società chiusa che si veste come una corporation.

Noah Scanlon vive perfettamente dentro quel codice. La sua autorità è costruita anche sulla sottrazione: colori controllati, linee disciplinate, nessun eccesso. Il costume lo rende parte dell’architettura della Wardex, quasi un’estensione umana dei suoi vetri, dei suoi schermi, della sua freddezza.

Hugo Wakefield, invece, è l’uomo che ha abbandonato quel mondo. Tazewell lo veste con colori più caldi, tagli più rilassati, capi che restituiscono individualità e comfort. Il suo guardaroba è una dichiarazione morale: uscire dalla Wardex significa anche uscire dalla sua grammatica visiva. Hugo non deve solo dire di credere nell’empatia; deve apparire come un corpo che ha smesso di obbedire alla rigidità del sistema.

Anche Jane Blankenship è costruita attraverso un equilibrio sottile. Il suo look moderno, giovane, casual, con tocchi di colore che suggeriscono un fuoco interiore, tiene insieme la sua storia religiosa e il suo presente più terreno. I costumi non la imprigionano nell’icona dell’ex suora, ma la rendono viva, accessibile, credibile. Jane è la coscienza del film, ma non ne diventa il simbolo astratto: resta una donna con un corpo, una relazione, una paura, un desiderio di capire.

In questo senso, i costumi di Disclosure Day sono uno dei livelli più sofisticati del racconto. Mentre la trama parla di rivelazione, gli abiti lavorano sul contrario: ciò che i personaggi cercano di controllare, occultare, disciplinare. Ogni trasformazione visiva anticipa o accompagna una trasformazione morale.

Una fantascienza del presente

Ciò che rende Disclosure Day interessante è che Spielberg usa gli UAP per parlare di disinformazione, segretezza, crisi della fiducia, tecnologie opache e manipolazione della realtà. L’ignoto non è solo là fuori, nello spazio. È anche dentro le istituzioni, nei flussi informativi, nelle narrazioni che accettiamo o rifiutiamo.

Il film non rinuncia alla meraviglia, ma la conquista attraversando la paranoia. Prima di guardare il cielo, ci chiede di guardare i sistemi che hanno deciso che cosa potevamo sapere. E prima ancora, ci chiede se saremmo davvero capaci di reggere una verità più grande delle nostre convinzioni.

Il giudizio

Disclosure Day è un film ambizioso, teso, profondamente spielberghiano nel modo in cui unisce spettacolo e sentimento morale. La sua forza non sta solo nell’idea della rivelazione extraterrestre, ma nel domandarsi che cosa la verità faccia agli esseri umani: li distrugge, li libera, li divide o li costringe finalmente a riconoscersi?

Spielberg firma un’opera che guarda indietro alla propria filmografia senza limitarsi a citarla. Prende il suo antico stupore per il cosmo e lo porta dentro un’epoca segnata dalla sfiducia. Il risultato è un thriller di fantascienza che funziona come grande intrattenimento, ma lascia addosso una domanda più intima: forse la rivelazione più difficile non è scoprire che non siamo soli, ma capire se siamo ancora capaci di condividere una verità comune.

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credit image by Press Office – photo by © Universal Studios. All Rights Reserved.

Andrea Winter

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Esperto di cinema e serie TV. La sua passione si è consolidata nel corso degli anni grazie a un costante impegno nel seguire da vicino gli sviluppi dell'industria dell'intrattenimento. E' costantemente aggiornato sulle ultime novità del mondo del cinema e delle produzioni televisive.

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