Dracula di Radu Jude: un banchetto di immagini, miti e politica, l’intervista

Al Locarno Film Festival 2025 arriva Dracula di Radu Jude, un film che trasforma il celebre vampiro in una metafora contemporanea. Tra immagini generate da intelligenza artificiale, citazioni teatrali, commedia irriverente e frammenti narrativi, Jude porta in scena un’opera ibrida e provocatoria, che affronta il mito da una prospettiva politica e culturale inedita. Un Dracula che diventa il film stesso: capace di succhiare immagini, storie e significati dal nostro tempo.

Locarno, estate 2025. L’atmosfera è elettrica per l’anteprima mondiale di Dracula di Radu Jude, regista rumeno tra i più originali del panorama internazionale. Dopo L’Orso d’Oro per Bad Luck Banging or Loony Porn, Jude torna con un progetto che spiazza: un film che nasce da una battuta, si nutre di frammenti visivi disparati e mescola ironia, politica e riflessione sul cinema stesso.

L’idea, racconta il regista, è nata “quasi per scherzo” durante il Festival di Rotterdam. Un commento lanciato per frustrazione – «Ho un film su Dracula» – ha acceso l’interesse di produttori e distributori. Da lì, il passo dall’ironica provocazione alla realizzazione è stato sorprendentemente breve.

Un Dracula mai visto prima

Dracula Radu Jude

photo by ©SagaFilm, Nabis Filmgroup, PTD, Samsa, MicroFilm 2025

Con Dracula, Radu Jude affronta una delle figure più iconiche dell’immaginario mondiale, ma lo fa ribaltando ogni aspettativa. Lontano dal voler realizzare l’ennesima versione gotica o horror del personaggio, il regista rumeno costruisce un film in cui Dracula non è solo un protagonista, ma una metafora onnivora: un’entità che si nutre di storie, immagini e significati, proprio come il cinema stesso.

Dracula non è un’unica trama lineare, ma un collage di racconti: dalla caccia al vampiro a una storia d’amore tragica, da un racconto fantascientifico sul ritorno di Vlad l’Impalatore a un’interpretazione di una novella ottocentesca sui primi vampiri rumeni, fino a fiabe sguaiate e storie generate da un’intelligenza artificiale. Ventidue attori interpretano più di cento ruoli, in un alternarsi di epoche e generi, dal melodramma alla commedia demenziale.

L’approccio richiama il teatro e la letteratura pre-ottocentesca, con una struttura frammentata e digressiva che permette deviazioni, storie dentro le storie e bruschi cambi di tono. Un modello che guarda a opere come Don Chisciotte o Jacques il fatalista di Diderot.

Politica e folklore

Dracula di Radu Jude

photo by ©SagaFilm, Nabis Filmgroup, PTD, Samsa, MicroFilm 2025

Pur giocando con l’immaginario pop di Dracula, il film non rinuncia a una dimensione politica. Jude intreccia il mito vampirico con la storia di Vlad l’Impalatore, figura spesso appropriata dai nazionalisti rumeni. Durante la lavorazione, un partito di estrema destra ha usato la sua immagine per la campagna elettorale, confermando quanto la simbologia legata a Dracula sia ancora viva e controversa. Il regista non demolisce il mito, ma ne sposta le interpretazioni, mostrando come possa essere manipolato e risemantizzato.

Un’estetica libera e irregolare

Dal punto di vista visivo, Dracula mescola iPhone footage, collage di carta, sequenze generate da AI e stili cinematografici tradizionali. Una scelta nata sia da curiosità artistica sia da necessità produttive: problemi di budget e cambi di produzione hanno costretto la troupe a lavorare con mezzi limitati. Jude ha deciso di sfruttare la varietà degli strumenti, dai software economici alla pellicola, per dare al film un aspetto volutamente eterogeneo.

L’uso dell’intelligenza artificiale ha anche un valore simbolico: per il regista, l’AI è un vampiro contemporaneo, che si nutre del lavoro altrui senza chiedere permesso. Da qui l’idea di selezionare volutamente le immagini più “difettose”, trovando poesia proprio nei glitch.

Dracula è un film commerciale, politico, erotico, comico, saggio, adattamento letterario e B-movie allo stesso tempo. Un gesto ironico nei confronti dell’industria, che spesso chiede ai film di contenere “un po’ di tutto” per piacere a tutti. Qui, la strategia viene portata all’estremo, con un risultato che potrebbe disorientare, ma che affascina per la sua libertà creativa.

Intervista a Radu Jude

Dracula Radu Jude Intervista

photo by ©Raluca Munteanu

Questo film sembra un’eccezione rispetto al resto della tua filmografia. Cosa ti ha spinto verso Dracula? È stata la figura del vampiro in sé, il mito rumeno con tutto il suo peso culturale e simbolico, o il fascino che il cinema continua ad avere per questo personaggio?

“Tutte queste cose, e allo stesso tempo nessuna di esse. In realtà il progetto è nato come una battuta, e non sarebbe la prima volta per me. Credo che almeno tre dei miei film siano partiti da una provocazione o da un commento detto quasi per caso, che poi ha preso vita propria. Ero al Festival di Rotterdam con Bad Luck Banging or Loony Porn e, sebbene molti produttori e distributori si fossero avvicinati a parlarmi, pochi mostravano un reale interesse per il progetto. Per frustrazione, dissi per scherzo: “Beh, in realtà ho un film su Dracula”. Con mia sorpresa, le persone si illuminavano di entusiasmo. Naturalmente non avevo nulla: nessuna idea, nessuna sceneggiatura, neppure un concetto. Eppure, ogni volta che ripetevo la battuta, ricevevo reazioni positive. Così dissi al mio produttore: forse dovremmo davvero provare a fare un film su Dracula, per sfruttare quell’interesse inaspettato. Non penso mai in termini di “progetti da sogno”, ma in termini di possibilità. E questa mi è sembrata una possibilità concreta.”

Quindi non è iniziato da una passione per i film sui vampiri?

“No, per niente. Ho iniziato a guardarne alcuni e mi sono reso conto che non mi piacciono davvero. Ma è chiaro che c’è qualcosa in essi che tocca profondamente le persone, altrimenti il mito non sarebbe così persistente. A quel punto ho pensato che forse il film stesso potesse essere Dracula. Non un film su Dracula, ma Dracula come figura che succhia vita, immagini, significati. Il film come vampiro. Da lì, questa idea ha guidato ogni scelta.”

Si potrebbe dire che il film parla tanto di cinema quanto di Dracula, del modo in cui le immagini consumano altre immagini, di come la storia del cinema si ripeta e si ricicli. Era parte della tua intenzione?

“È un’interpretazione interessante, e credo che ci sia del vero. Non ho una teoria compiuta, ma alcune intuizioni sì. Nel film tornano spesso certi elementi: immagini, cliché, idee che percorrono tutta la storia del cinema. Uno di questi è il raccontare storie. Io vedo il film come un’opera sul raccontare storie, ma non nel senso che si intende oggi, quando per “storia” si intende di solito una narrazione ben costruita, un dramma strutturato. Qui il lavoro è diverso: meno legato alla drammaturgia classica e più a frammenti narrativi, brevi o lunghi, che si uniscono in modi inaspettati. Ho pensato agli inizi del cinema — Méliès, per esempio — quando ai registi interessava meno la struttura drammatica o la continuità emotiva, e più il mostrare qualcosa, creare piacere attraverso le immagini. Ho voluto recuperare un po’ di quello spirito: il piacere di raccontare storie, di mostrare cose, anche di raccontare storie sciocche. La storia del cinema ne è piena, e io volevo abbracciarle.”

C’è anche una dimensione politica nel modo in cui tratti la figura di Dracula, un tentativo di riappropriarti o riformulare un mito nazionale?

“Sì, anche questo fa parte del progetto. A un certo punto mi sono chiesto cosa potessi offrire dalla Romania, e più precisamente dalla Transilvania, da dove provengo. Il mito del vampiro è stato riutilizzato infinite volte, soprattutto dal cinema americano, a volte in modo brillante, altre in modi molto sciocchi. Non posso competere su quel terreno. Ma posso dare una prospettiva locale. La figura storica di Vlad l’Impalatore, Vlad Dracul, viene spesso usata dai nazionalisti rumeni. Durante la lavorazione del film, un partito di estrema destra ha usato Vlad come simbolo per la campagna elettorale. È stato inquietante, e mi ha mostrato quanto il mito sia ancora vivo in modi concreti e disturbanti. Ho cercato di mescolare questo aspetto con il Dracula della cultura pop, non per smontare del tutto il mito, ma per spostarne i significati, aprirlo a nuove letture.”

Il film utilizza 20 attori per oltre 100 ruoli, attraversando periodi e stili visivi differenti. Cosa ti ha portato a questa struttura frammentata?

“In parte, viene dal teatro, che ho frequentato e osservato molto. A teatro, due attori possono interpretare dieci personaggi senza che nessuno si sorprenda: fa parte del linguaggio scenico. Nel cinema, invece, si teme subito che possa confondere. Io credo che, se le regole del film sono chiare fin dall’inizio, non ci sia confusione. Un’altra grande influenza è stata la letteratura, soprattutto quella precedente al XIX secolo, come Don Chisciotte o Jacques il fatalista di Diderot. Sono opere in cui la narrazione principale si apre continuamente a deviazioni e digressioni. Questa struttura mi affascina e ho cercato di portarla nei miei film più recenti.”

Hai definito Dracula in molti modi: film commerciale, politico, erotico, horror, saggio, commedia demenziale, esperimento letterario… È una provocazione verso l’idea che un film debba accontentare tutti?

“Assolutamente sì. Si sente dire spesso che un film deve avere sesso, azione, commedia, genere, horror — deve essere accessibile, divertente, attuale e intelligente allo stesso tempo. Ho pensato: bene, allora proviamo a darti tutto questo, e anche di più. Vediamo cosa succede quando si spinge questa idea all’estremo.”

Visivamente, il film mescola riprese da iPhone, collage di carta, sequenze generate con intelligenza artificiale e stili più tradizionali. Perché questa scelta?

“Per due motivi principali. Il primo è la curiosità: volevo esplorare tutti gli strumenti disponibili oggi. Il cinema è ancora molto conservatore su questo: esistono strumenti “professionali” e strumenti “amatoriali”, raramente mescolati sullo schermo. Il secondo motivo è pratico: abbiamo avuto seri problemi di produzione, perdita di finanziamenti, cambi di produttori, instabilità. A un certo punto ho detto al mio produttore: facciamo il film con quello che abbiamo. Significava lavorare con telefoni, software economici di AI, niente set di luci, troupe ridotta. Questo ci ha costretto a inventare soluzioni sul momento, e credo che queste limitazioni abbiano portato il film in un territorio più interessante.”

Il film contiene diverse sequenze generate con AI. Come mai questa decisione?

“Ancora una volta, curiosità e necessità. Ho lavorato con Vlaicu Golcea, compositore e appassionato di AI, per generare alcune scene che non potevamo permetterci di girare. Ho scelto volutamente le immagini peggiori, palesemente finte, piene di errori. Trovo poetici quei difetti. E poi c’è un aspetto tematico: l’AI è un po’ come Dracula, si nutre del lavoro altrui senza chiedere permesso, è parassitaria per natura.”

Come si inserisce Dracula nella tua filmografia? È una deviazione?

“Sì e no. È la prima volta che lavoro davvero con elementi di genere, anche se in modo ironico. Ha anche un forte legame con lo spirito delle avanguardie storiche: nel film c’è persino un riferimento a Fluxus. Mi piace quella “stupidità intenzionale” che certi artisti come George Maciunas abbracciavano. Con Dracula ho sentito di aver portato questa direzione al limite.”

Per concludere: chi è Dracula per te?

“Dracula è il film stesso. Uno dei commenti più incisivi mi è arrivato da uno dei nostri sound mixer, Jaime Baksht: dopo aver visto il film, mi ha scritto “Hai ragione. Il mondo è pieno di vampiri”. Ecco cosa il film cerca di mostrare: quanti vampiri ci circondano, spesso senza che ce ne rendiamo conto.”

Recensione

Dracula di Radu Jude è un’opera che sfida lo spettatore, lo spinge fuori dalla comfort zone e lo invita a interrogarsi sul senso stesso di fare cinema oggi. Non c’è un unico stile, non c’è un solo racconto: il film è un mosaico, un archivio vivente di immagini che si divorano e si rigenerano.

È una commedia amara, un saggio visivo, un gioco meta-narrativo e, allo stesso tempo, un racconto politico che rivela quanto i miti possano essere usati e distorti. Il Locarno Film Festival 2025 lo accoglie come si accoglie un ospite scomodo e affascinante: tra curiosità, risate e un certo senso di inquietudine. Perché il vampiro, ci ricorda Jude, non è solo nei film: è intorno a noi, ogni giorno.

credit image by Press Office – photo by

Andrea Winter

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Esperto di cinema e serie TV. La sua passione si è consolidata nel corso degli anni grazie a un costante impegno nel seguire da vicino gli sviluppi dell'industria dell'intrattenimento. E' costantemente aggiornato sulle ultime novità del mondo del cinema e delle produzioni televisive.

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