Everest: The Other Side, la vetta tra amore e ossessione
• Everest: The Other Side è diretto dai premi Oscar Elizabeth Chai Vasarhelyi e Jimmy Chin, autori di Free Solo.
• Il documentario racconta il progetto di Jim Morrison e Hilaree Nelson di scalare e discendere con gli sci la Parete Nord Diretta dell’Everest.
• Presentato fuori concorso a Venezia 83, il film arriverà nei cinema e nelle sale IMAX il 30 ottobre 2026.
Everest: The Other Side segue gli sciatori alpinisti Jim Morrison e Hilaree Nelson nel tentativo di affrontare la Parete Nord Diretta dell’Everest e discenderla con gli sci. Il documentario di Elizabeth Chai Vasarhelyi e Jimmy Chin trasforma un’impresa estrema in una storia di amore, perdita e ostinazione.
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La montagna occupa l’intero schermo, ma il vero territorio esplorato da Everest: The Other Side è quello meno visibile. Perché continuare a salire quando ogni passo può diventare l’ultimo? E quanto può costare, alle persone rimaste a valle, il bisogno di raggiungere un luogo dove quasi nessuno è mai arrivato?
Elizabeth Chai Vasarhelyi e Jimmy Chin tornano al cinema documentario d’alta quota con un’opera che nasce come cronaca di una sfida sportiva e cambia progressivamente natura. L’impresa rimane spettacolare, soprattutto sul grande schermo, ma viene attraversata da un dolore che rende impossibile osservare la vetta come un semplice traguardo.
Prodotto da National Geographic Documentary Films e Little Monster Films, il documentario è stato presentato fuori concorso nella sezione Venice Open dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.
Jim Morrison e Hilaree Nelson condividono lo stesso sogno
Jim Morrison e Hilaree Nelson si incontrano quando entrambi hanno già raggiunto livelli altissimi nello sci alpinismo. La relazione sentimentale cresce insieme alla loro complicità sportiva, fino a trasformarsi in un progetto che appare quasi inconcepibile: scalare l’Everest dalla Parete Nord Diretta e tornare a valle con gli sci.
Migliaia di persone hanno raggiunto la vetta seguendo la cresta sud-orientale del Nepal. La linea scelta da Morrison e Nelson appartiene a un’altra categoria di difficoltà. Soltanto pochissimi alpinisti sono riusciti a completare la salita lungo quel versante e, prima dell’impresa raccontata dal film, nessuno ne aveva realizzato la discesa integrale con gli sci.
La sfida richiede preparazione atletica, conoscenza della neve, capacità di orientamento e lucidità in condizioni di ossigeno estremamente ridotto. Ogni movimento avviene in un ambiente nel quale vento, ghiaccio e temperatura possono modificare rapidamente il margine di sicurezza.
Il documentario racconta però qualcosa che supera il record. La montagna diventa il luogo nel quale due persone provano a dare una forma comune all’amore, all’ambizione e alla consapevolezza della propria fragilità.
Everest diventa uno spazio fisico e mentale
Il titolo The Other Side indica innanzitutto l’altro versante dell’Everest, quello settentrionale e meno frequentato. La formula assume presto un significato più ampio. Esiste un altro lato dell’impresa, lontano dalla retorica della conquista: quello delle rinunce, della paura, delle famiglie e delle conseguenze che ogni decisione porta con sé.
Vasarhelyi e Chin filmano la montagna attraverso campi lunghissimi che riducono gli esseri umani a minuscoli punti di colore. Tende e abiti tecnici emergono sulla distesa bianca, mentre le pareti sembrano occupare uno spazio privo di scala. La composizione restituisce la bellezza dell’Everest e, nello stesso momento, rende evidente la sproporzione fra il desiderio umano e il territorio che dovrebbe accoglierlo.
I registi di Free Solo tornano a interrogare il rischio
Elizabeth Chai Vasarhelyi e Jimmy Chin hanno vinto l’Oscar per il miglior documentario con Free Solo, dedicato all’ascesa senza corde di Alex Honnold sulla parete di El Capitan, nel parco nazionale di Yosemite.
Quel film funzionava come un thriller perfettamente controllato. La tensione derivava dalla natura dell’impresa, ma anche dall’attenzione dedicata alla mente di Honnold e alle conseguenze che la sua scelta poteva avere sulle persone vicine. Il corpo dell’alpinista diventava il centro visibile di una questione emotiva e morale.
Everest: The Other Side parte da un territorio simile e lo complica. Questa volta l’impresa appartiene a una coppia, coinvolge dei figli e viene trasformata da una perdita irreversibile. Il rischio non riguarda soltanto chi sale: entra nelle relazioni e ne ridefinisce il significato.
Chin, alpinista oltre che regista e direttore della fotografia, partecipa direttamente alla spedizione. Porta la macchina da presa in un ambiente dove un errore tecnico può mettere in pericolo chi filma e chi viene filmato. La prossimità produce immagini straordinarie, ma rende ancora più urgente la riflessione sulla responsabilità dello sguardo.
Il film cerca un equilibrio tra spettacolo e responsabilità
La regia sa costruire tensione. Il respiro affaticato, il rumore degli sci sulla neve compatta, le comunicazioni radio e il silenzio della montagna permettono allo spettatore di avvicinarsi alla dimensione sensoriale della spedizione.
La musica di Caroline Ho amplia la portata epica delle immagini. Archi e progressioni orchestrali accompagnano la salita, suggerendo che ogni metro conquistato possieda un valore narrativo. Il montaggio di Bob Eisenhardt e Simona Ferrari alterna presente, materiali d’archivio e testimonianze, trasformando sette anni di lavorazione in un racconto dalla progressione molto leggibile.
Le immagini invitano ad abbandonarsi alla meraviglia, mentre la storia chiede di mantenere viva una domanda: il compimento dell’impresa basta a giustificare il rischio affrontato?
Hilaree Nelson: il conflitto della maternità
Hilaree Nelson appare consapevole della contraddizione che attraversa la propria vita. Da una parte esiste la montagna, luogo nel quale riconosce pienamente sé stessa; dall’altra ci sono i figli e la responsabilità affettiva che accompagna la maternità.
Le sue parole non offrono una soluzione rassicurante. Nelson comprende il rischio e sa che la possibilità di una tragedia coinvolgerebbe direttamente la famiglia. Allo stesso tempo, considera l’alpinismo una parte inseparabile della propria identità.
Il documentario trova qui il suo nucleo più profondo. Il conflitto non oppone egoismo e sacrificio in maniera elementare: riguarda il diritto di una persona a seguire la propria vocazione quando quella vocazione può produrre conseguenze irreparabili sugli altri.
La morte di Hilaree Nelson
Il 26 settembre 2022, durante una spedizione sul Manaslu in Nepal, Hilaree Nelson viene travolta da una valanga e precipita lungo la montagna. La sua morte interrompe il progetto condiviso con Jim Morrison e trasforma inevitabilmente il film che Vasarhelyi e Chin stavano realizzando.
Il documentario rivela l’accaduto dopo avere presentato Nelson come una presenza vitale e ancora attiva nella spedizione. Da quel momento Everest: The Other Side diventa il racconto di Jim Morrison e del modo in cui l’alpinista prova a sopravvivere all’assenza. Portare a termine il sogno condiviso assume per lui il valore di un tributo, di una promessa mantenuta e di un tentativo di dare una direzione al dolore.
Jim Morrison trasforma la discesa in un’elaborazione del lutto
La vita di Morrison è già segnata da una precedente tragedia familiare. La morte di Nelson si aggiunge a un’esperienza del lutto difficilmente separabile dal suo rapporto con la montagna.
Il completamento della spedizione viene presentato come una forma di attraversamento del dolore. Morrison non può ricostruire il futuro immaginato con Hilaree, ma può raggiungere il luogo verso il quale entrambi avevano orientato anni di lavoro.
La discesa con gli sci lungo la Parete Nord Diretta acquista così un significato intimo prima ancora che sportivo. Ogni curva porta con sé la presenza della compagna perduta. Il record entra nella storia dell’alpinismo, mentre per Morrison rappresenta soprattutto il tentativo di dare una forma concreta alla memoria.
Le testimonianze dei figli aprono la ferita più profonda
Grayden e Quinn, i figli di Hilaree Nelson, compaiono nel documentario e riportano il racconto alla dimensione delle persone rimaste a valle. Le loro parole impediscono di considerare l’alpinismo estremo soltanto come una scelta individuale.
La libertà di affrontare un’impresa appartiene all’atleta; le conseguenze coinvolgono una rete di legami che non ha necessariamente partecipato alla decisione. Everest: The Other Side include la sofferenza dei ragazzi, ma continua a dirigersi verso il compimento della missione.
Le guide nepalesi meritavano maggiore centralità
Ogni spedizione sull’Everest dipende dalle competenze delle guide e dei lavoratori locali. Sono loro a conoscere le condizioni della montagna, preparare i percorsi, trasportare materiali e affrontare per primi molti dei tratti più pericolosi.
Il documentario include alcune delle loro voci. Il racconto resta tuttavia concentrato prevalentemente su Morrison e sul gruppo occidentale. Durante la spedizione Pur Bahadur “Yukta” Gurung viene travolto da una valanga, precipita lungo il pendio e riporta gravi ferite. Gurung è morto successivamente in una valanga sul Broad Peak, in Pakistan, nell’estate del 2026.
La bellezza delle immagini non risolve il dilemma morale
Clair Popkin, Jimmy Chin e Christopher Murphy costruiscono una fotografia capace di rendere l’Everest maestoso, astratto e ostile. Il bianco della neve viene interrotto dai colori saturi dell’attrezzatura, mentre le figure umane sembrano fragili elementi grafici appoggiati sulla montagna.
È difficile sottrarsi al potere di queste immagini. La macchina da presa conduce lo spettatore in luoghi inaccessibili e mostra una discesa che appartiene alla storia dello sci alpinismo. Il film possiede quindi la forza del grande cinema d’avventura. In Everest: The Other Side, tuttavia, la bellezza può diventare anche una forma di protezione. L’immagine sublime rischia di attenuare le domande sul pericolo e sulla responsabilità, trasformando un’esperienza tragica in un racconto di inevitabile superamento.
La recensione di GlobeStyles
Everest: The Other Side è un documentario visivamente travolgente e moralmente irrisolto. Le immagini possiedono una forza tale da rendere comprensibile l’attrazione esercitata dalla montagna, anche su chi non condividerebbe mai la decisione di affrontarla.
Jim Morrison emerge come un uomo che trasforma il movimento in una risposta al dolore. Hilaree Nelson mantiene una presenza potente anche dopo la propria scomparsa, soprattutto quando esprime le contraddizioni fra maternità, desiderio e identità personale.
Il film convince quando lascia convivere ammirazione e disagio. Diventa meno incisivo quando orienta il lutto verso una conclusione quasi obbligata, come se raggiungere la vetta rappresentasse l’unico modo possibile per onorare chi non è tornato.
Il risultato resta profondamente coinvolgente. Il fascino nasce anche dal senso di colpa provato mentre si osserva lo spettacolo: sappiamo quale prezzo è stato pagato, eppure continuiamo a guardare.
Più che celebrare la conquista dell’Everest, il documentario rivela quanto sia difficile separare coraggio, ossessione, amore e bisogno di riconoscersi. La montagna rimane immobile. Sono gli esseri umani, davanti a lei, a cambiare significato.
credit image by Press Office – photo by Jimmy Chin












