Everything Everywhere All At Once – Dai fratelli Russo, A24 e Ley Line Entertainment, il film definitivo sul multiverso con le icone del cinema Michelle Yeoh e Jamie Lee Curtis dirette dal duo di registi visionari The Daniels. Il caso dell’anno al botteghino Usa torna nelle sale italiane il prossimo 2 febbraio, fresco della vittoria di due Golden Globes a Michelle Yeoh miglior attrice protagonista e Ke Huy Quan miglior attore non protagonista.

La trama

Evelyn Wang (Michelle Yeoh) gestisce una piccola lavanderia a gettoni, ha una figlia adolescente che non capisce più, un padre rintronato e un matrimonio alla frutta. Un controllo fiscale di routine diventa inaspettatamente la porta attraverso cui Evelyn viene trascinata in una avvincente e coloratissima avventura nel multiverso più innovativo e divertente mai visto al cinema. Chiamata a salvare il destino degli universi, dovrà attingere a tutto il suo coraggio per sconfiggere un nemico all’apparenza inarrestabile e riportare l’armonia nella sua famiglia.

Con la sorprendente Stephanie Hsu (Shang-Chi), il film segna il ritorno alle scene dopo 40 anni del mitico Ke Huy Quan, interprete degli amatissimi Data (I Goonies) e Short Round (Indiana Jones e il tempio maledetto).

Everything Everywhere All At Once: la recensione

Everything Everywhere All At Once è un film sul kung-fu ambientato in vari universi multidimensionali con al centro Michelle Yeoh nei panni dell’eroina reticente. Il film parla anche del gap generazionale, di internet e del terrore latente che accompagna la vita nell’età moderna. Ma non manca quello che era il riassunto originale che i Daniels si erano preparati per loro stessi: un film su una donna che deve fare la dichiarazione dei redditi.

Il che non è propriamente scorretto – dopotutto, è proprio così che comincia la pellicola. All’inizio del film conosciamo Evelyn Wang (Michelle Yeoh) nei panni dell’insofferente proprietaria di una lavanderia a gettoni che vive in un appartamentino angusto sopra l’attività e a cui attende una montagna di scartoffie da compilare per via di un controllo dell’agenzia delle entrate, l’IRS. Si preoccupa per l’arrivo del padre anziano (James Hong) e non riesce a dare ascolto né alla figlia maggiore Joy (Stephanie Hsu) né al sensibile marito Waymond (Ke Huy Quan).

All’incontro con l’impiegata dell’IRS (Jamie Lee Curtis), uno strano avvenimento collegato al marito la proietta in un’avventura multidimensionale nella quale il destino di tutti gli universi è nelle sue mani. Questo la mette anche di fronte all’interrogativo: “Chi sono io per me stessa? E per la mia famiglia?”. La riposta per The Daniels è che Evelyn è una madre che impara ad ascoltare la propria famiglia nel bel mezzo del caos più totale.

La pellicola, così come i loro lavori precedenti  si getta subito a capofitto nell’anarchia più totale: Evelyn viene proiettata nel mondo metafisico del “salto tra universi”, passando bruscamente dalla banalità e la monotonia di un’agenzia governativa allo sfarzoso nascondiglio del cattivissimo e distruttivo Jobu Tupaki, dalle luci abbaglianti dei red carpet di Hong Kong a un canyon deserto in cui delle rocce senzienti si confidano l’una con l’altra. Ma questo senso di immaginazione squilibrata, di caos senza fine, ha lo scopo di trasformare l’universale, o multiversale, in qualcosa di intimo – un’onesta meditazione sul vedere veramente le persone intorno a noi in tempi in cui ci sembra che tutto stia per sgretolarsi da un momento all’altro.

“L’idea principale che ci ha fatto progredire e che ci è sembrata una metafora di ciò che sta accadendo ora nella società è il sovraccarico cognitivo, la forzatura che ne deriva”, racconta Dani Kwan. “Si dice che ‘l’affaticamento da compassione’ sia cominciato con il Covid, ma credo che esistesse già da prima – abbiamo talmente tante cose di cui preoccuparci che abbiamo perso tutti il filo. La pandemia è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha reso questo un film sulla compassione nel caos.”

La pellicola rivisita astutamente la tipica ‘missione dell’eroe’ a cui il pubblico è abituato infilandola a forza in una struttura in tre atti, come se il film stesso viaggiasse in un multiverso frammentato. Il senso di infinità – tutti i mondi possibili, la distesa di ciò che c’è sotto la superficie, tutti i minuscoli ingranaggi che si muovono – è qualcosa che i registi non hanno mai perso di vista mentre cercavano di arrivare al fulcro della storia del film.

Era essenziale che il pubblico provasse le stesse vertigini di Evelyn, quel senso di smarrimento per via del rumore e dell’infinità delle scelte che le si presentano davanti. Gli audaci stratagemmi strutturali sono stati essenziali per riprodurre questa esperienza. Il mondo immaginario, al limite dello schizofrenico, in cui Evelyn si ritrova spinge il film verso un finale sorprendentemente catartico. Il viaggio di Evelyn attraverso tutte le sue vite possibili le permette di capire cos’è che conta veramente per lei.

Tutte queste vite di Evelyn possono anche essere interpretate come un’allegoria della madre immigrata: quando si lascia il proprio Paese d’origine, le strade percorribili lì, d’un tratto, ci vengono sbarrate, proprio come i nostri sé alternativi ci vengono preclusi. E le nuove strade promesse in una terra proclamata come ‘ricca di opportunità’, si rivelano poi essere quasi totalmente inaccessibili.

Questa esperienza impedisce a una madre come lei di comprendere i sentimenti della seconda generazione di immigrati, di coloro che crescono e vivono in una situazione relativamente stabile in un Paese che sentono come proprio.  Se a questo aggiungiamo internet e il cambiamento culturale sconvolgente che ha portato, la vita di una figlia queer risulterà incomprensibile per un genitore e un padre che invecchia e il gap generazionale all’interno della famiglia si allargherà ancora di più. Da questo punto di vista, ha perfettamente senso che la figlia di Evelyn, Joy, sia anche la sua nemesi nel multiverso, Jobu Tupaki – un’agente del caos che è sia la persona da sconfiggere che, forse, quella da salvare.

Nel 2022 – l’era del sovraccarico cognitivo, della polarizzazione estrema e della crisi esistenziale di massa – la fatica che i genitori fanno a comprendere i propri figli non sembra una banale esperienza di tutti i giorni, bensì una lotta sempre più confusa tra persone che si vogliono bene e, al contempo, che si odiano a morte.

Da vedere perché

Everything Everywhere All at Once racconta una storia universale passando per tutte le dimensioni possibili del tempo, dello spazio e dell’essere. Un film altamente spettacolare e al contempo profondo, che unisce commedia, dramma familiare, arti marziali, romanticismo, dita fatte di wurstel e un bagel che racchiude i segreti dell’universo.

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credit image by Press Office – photo by Allyson Riggs