Fondazione Berengo porta a Venezia Bertil Vallien e Martin Janecký: il vetro come soglia tra materia e visione
Fondazione Berengo e Berengo Studio presentano a Venezia “Martin Janecký. Dreamers” e “Bertil Vallien. Transparent Boundaries”, due mostre personali curate da Jean Blanchaert e ospitate a Palazzo Franchetti fino al 22 novembre 2026, in concomitanza con la 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.
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Due mostre che costruiscono un confronto di grande intensità tra due modi opposti di intendere il vetro. Bertil Vallien usa la fusione in stampi di sabbia per creare barche, volti e figure enigmatiche dal valore archetipico; Martin Janecký lavora invece sul corpo e sull’interiorità attraverso l’inside sculpting, modellando il vetro incandescente dall’interno senza stampi. In entrambi i casi, il vetro è un mezzo narrativo, psicologico e simbolico.
Il progetto riunisce due figure centrali dell’arte del vetro contemporanea: lo svedese Bertil Vallien, nato a Stoccolma nel 1938, e il ceco Martin Janecký, nato a Liberec nel 1980. Le loro ricerche sono profondamente diverse, ma complementari: Vallien lavora sulla forza simbolica dell’oggetto e del mito; Janecký indaga la figura umana, il volto e il corpo attraverso una tecnica di rara complessità.
Bertil Vallien e le barche in vetro: viaggio, memoria, condizione umana
Il nucleo più evocativo della mostra dedicata a Bertil Vallien è rappresentato dalle sue celebri barche in vetro, realizzate con la tecnica della fusione in stampi di sabbia. Queste opere non sono semplici imbarcazioni scultoree, ma forme cariche di narrazione: contengono immagini, segni, presenze e frammenti che sembrano emergere da un tempo arcaico.
Per Vallien, la barca è una metafora universale. Attraversa sogni e ricordi, suggerisce passaggi, approdi, distanze, separazioni. È insieme reliquia e veicolo, corpo e contenitore, oggetto rituale e immagine mentale. Nelle sue opere il vetro assume una qualità ambigua: può essere trasparente e opaco, luminoso e oscuro, fragile e monumentale.
Queste imbarcazioni incarnano archetipi condivisi, sospesi tra vita e morte, mito e realtà. È proprio questa tensione a renderle così potenti: la barca diventa una soglia, un luogo simbolico in cui la materia trattiene il racconto del viaggio umano.
Volti, maschere e teste: l’enigma secondo Vallien
Accanto alle barche, il linguaggio di Vallien comprende anche volti, maschere e teste, presenze enigmatiche che appartengono alla sua lunga ricerca sul vetro come materia psicologica e spirituale. Sono figure che sembrano affiorare da una profondità interna, come se fossero custodite nella massa vitrea.
La tecnica della fusione in sabbia contribuisce a questa percezione. La superficie non appare mai completamente neutra: porta tracce, densità, ombre, zone di assorbimento della luce. Il vetro diventa un archivio di segni, capace di evocare memoria, ritualità e mistero.
Vallien, attivo dal 1963 con la manifattura Kosta Boda, ha contribuito a ridefinire il ruolo del vetro nell’arte europea contemporanea. Le sue opere sono presenti in importanti collezioni internazionali, tra cui il Metropolitan Museum of Art di New York e l’Hermitage di San Pietroburgo.
Martin Janecký: il corpo umano modellato dall’interno
La mostra “Dreamers” di Martin Janecký introduce un registro completamente diverso. Qui il vetro non diventa barca, reliquia o oggetto simbolico, ma corpo. L’artista ceco è noto per la tecnica dell’inside sculpting, che consiste nel modellare il vetro dall’interno mentre è ancora incandescente, attraverso strumenti e gesti di estrema precisione.
Janecký realizza figure umane, volti, mani e corpi senza ricorrere a stampi. Ogni opera nasce da un rapporto diretto con la materia fusa, in un equilibrio continuo tra controllo e rischio. Il vetro, mentre si raffredda, impone tempi e limiti; l’artista deve intervenire con rapidità, conoscenza tecnica e capacità intuitiva.
Il risultato è sorprendente per realismo e intensità. I volti non sono esercizi virtuosistici, ma presenze psicologiche. Le mani e i corpi sembrano trattenere una tensione interna, una fragilità sospesa. In Janecký, la trasparenza non è soltanto qualità ottica: diventa strumento per suggerire interiorità.
Dreamers: fragilità, precisione e introspezione
Le opere di Janecký vivono in una zona delicata tra fragilità e precisione. Il vetro, materiale rigido e vulnerabile, viene portato a esprimere la morbidezza della carne, la complessità del volto, la vulnerabilità dello sguardo. È qui che la sua ricerca assume un valore pienamente contemporaneo.
Il titolo “Dreamers” suggerisce una dimensione sospesa, mentale, forse notturna. I suoi soggetti sembrano abitare uno spazio interiore più che fisico. Non raccontano una storia esplicita, ma invitano a osservare ciò che accade sotto la superficie: pensiero, memoria, tensione, silenzio.
Janecký si è formato fin da giovanissimo nella fornace del padre in Repubblica Ceca, per poi perfezionarsi tra Europa e Stati Uniti, anche alla Pilchuck Glass School, dove ha sviluppato e padroneggiato la tecnica che lo ha reso noto a livello internazionale.
Transparent Boundaries: il vetro come confine mobile
Il titolo della mostra di Vallien, “Transparent Boundaries”, riassume bene il senso del suo lavoro. I confini sono trasparenti perché il vetro permette di vedere attraverso, ma non sempre di comprendere. La materia rivela e nasconde nello stesso tempo.
Le barche di Vallien attraversano proprio questi limiti: tra mondo reale e immaginario, tra oggetto e simbolo, tra superficie e profondità. Il vetro non è mai completamente docile. È una materia che resiste, trattiene, distorce, rifrange. Per questo le sue opere non vanno lette come immagini chiuse, ma come dispositivi poetici aperti. Vallien non idealizza il vetro: lo spinge, lo forza, lo lascia diventare altro.
Il dialogo tra due maestri del vetro contemporaneo
Il curatore Jean Blanchaert definisce il vetro “silenzioso, eppure potente”. In Vallien, il silenzio è quello della traversata, della memoria, dell’archetipo. In Janecký, è il silenzio del volto, della pelle, dell’interiorità.
A Palazzo Franchetti, le due personali costruiscono un dialogo tra opposti: misticismo e rigore, opacità e trasparenza, narrazione simbolica e indagine formale. Vallien guarda al mito e al viaggio; Janecký osserva l’essere umano da vicino, quasi dall’interno. Entrambi dimostrano che il vetro può essere molto più di un materiale prezioso: può diventare pensiero, corpo, racconto.
credit image by Press Office – photo by Francesco Allegretto/Courtesy Fondazione Berengo














