Fragments for Venus: un inno poetico firmato Alice Diop a Venezia 2025
Nel 30° episodio di Miu Miu Women’s Tales, Fragments for Venus, Alice Diop costruisce un percorso visivo e sonoro che attraversa secoli di rappresentazioni, intrecciando i musei, l’arte e le strade di Brooklyn. Ispirata al poema Voyage of the Sable Venus di Robin Coste Lewis, la regista fa emergere la posizione dei corpi femminili neri nell’arte occidentale e li incontra nella vitalità contemporanea. La voce fuori campo dialoga con la musica di Meshell Ndegeocello, evocando Audre Lorde come presenza-guida. Presentato in anteprima oggi alle Giornate degli Autori a Venezia.
Un gesto filmico: tra memoria e presente, il corto Fragments for Venus
Una donna nera attraversa sale museali, scandagliando tele e cartelle didascaliche come se stesse decifrando un codice antico. Un’altra percorre Brooklyn con lo sguardo rivolto alle passanti, riconoscendo in loro la figura della nuova Venere. Fragments for Venus, firmato da Alice Diop, nasce da un’urgenza: raccontare come siamo stati guardati e come vogliamo essere visti adesso. La regista definisce il lavoro “un gesto filmico”, un atto di riparazione e di gioia che intreccia rigore e sentimento.
L’opera si alimenta del poema Voyage of the Sable Venus (2015) di Robin Coste Lewis — scoperto da Diop grazie a Nicholas Elliott — una mappatura di titoli, voci di catalogo e descrizioni che dal 38.000 a.C. tracciano le raffigurazioni di corpi femminili neri nell’arte occidentale. La voce fuori campo fa emergere il filo sotterraneo di questa genealogia, mentre l’immagine la rimette in circolo nel presente urbano.
Miu Miu Women’s Tales: libertà di sguardo
Commissionato per il progetto Miu Miu Women’s Tales, Fragments for Venus si inserisce in una serie che, nel tempo, ha accolto registe chiamate a esplorare la femminilità e il potere con il loro sguardo personale. Qui i capi Miu Miu non sono ornamento casuale: entrano in relazione con i corpi e con lo spazio, diventando segni dentro la drammaturgia visiva, in linea con l’idea della serie di fare dei materiali scenici un discorso culturale, non solo estetico.
Testi, corpi, città: la partitura di Fragments for Venus
Alice Diop muove su tre assi: il testo (la voce che elenca, accosta, disarticola i reperti del canone), il corpo (che attraversa, abita, riempie lo spazio), la città (Brooklyn come palcoscenico di presenze). “Noi veniamo da questa storia della pittura”, dice la regista, e la frase pesa come un’eredità: marginalizzazione e oggettificazione hanno lasciato una traccia che il film non cancella, ma riscrive. L’atto di guardare diventa azione. Il museo, luogo di conservazione, si trasforma in camera oscura dove sviluppare immagini nuove; la strada, luogo del quotidiano, diventa atelier a cielo aperto.
Il ritmo è quieto, deliberatamente pacato. Diop rivendica la calma come gesto politico in sé: rallentare lo sguardo significa sottrarlo alla voracità con cui spesso le immagini contemporanee consumano i corpi. Ogni campo, ogni dettaglio, ogni taglio chiede allo spettatore di soffermarsi.
Da Saint Omer a New York: una continuità di metodo
Autrice di documentari incisivi (La Permanence, Vers la tendresse) e di un esordio nella finzione che ha fatto discutere (Saint Omer, premiato a Venezia), Diop conserva la stessa disciplina formale anche in questo lavoro breve (21 minuti). La linearità apparente nasconde una struttura sapiente: la prima parte raccoglie la memoria dei cataloghi; la seconda apre le finestre sulla vita; la terza innesta la parola poetica di Meshell Ndegeocello con la canzone Thus Sayeth the Lorde, ispirata ad Audre Lorde, “nera, lesbica, socialista, madre, guerriera, poeta”. L’effetto è un crescendo che porta dalla constatazione alla presa di parola.
La regista parla di “autocelebrazione”, ma non c’è compiacimento: c’è, piuttosto, la consapevolezza che l’esistenza stessa dei corpi neri nello spazio pubblico, colti nella loro normalità, produce senso e restituisce cittadinanza allo sguardo.
Forma e suono: il cinema come luogo di riparazione
Nel cuore del film agisce una drammaturgia del dettaglio. L’elenco dei titoli museali, spezzato e ricomposto, diventa una partitura sonora che scrosta le cornici. Le inquadrature trattano il volto come un paesaggio, la pelle come archivio, l’abito come nota. Quando entra la voce di Ndegeocello, la linea si fa ancora più intensa: il timbro rappreso, l’eco dello slam, il richiamo a Lorde trasformano la riflessione in un canto libero, capace di tenere insieme memoria e resistenza.
La calma, dichiarata da Diop, non è inerzia: è decisione. I tempi dilatati consentono al film di respirare, all’immagine di decantare, alla parola di sedimentare. Ogni raccordo diventa un invito all’ascolto; ogni passo, un’affermazione: “siamo qui, ora”.
La cornice veneziana, nello spazio delle Giornate degli Autori, accoglie Fragments for Venus come opera che dialoga con il presente: l’ascesa di autoritarismi e razzismi a cui la regista allude fa da sfondo concreto. Portare al Lido un lavoro che si interroga su chi guarda e su chi viene guardato significa usare il festival come cassa di risonanza, non come vetrina.
Fragments for Venus vale la visione
Fragments for Venus è cinema che pensa con gli occhi e con la voce. La sua forza sta nella semplicità apparente con cui costruisce un dispositivo complesso: l’atlante dei titoli museali non è un mero inventario, ma una lama che incide la superficie del canone, rivelandone le suture. L’itinerario nei musei non si limita alla denuncia; cerca un varco. E quel varco si apre quando la macchina da presa esce all’aria aperta, dove le donne incontrate da Alice Diop non sono più figure esposte ma presenze autonome, corpi che camminano, ridono, parlano, vestono. Il cinema diventa luogo di restituzione.
La regia sceglie un passo calmo, privo di fronzoli: ogni immagine è chiamata a significare senza sovraccarichi retorici. La fotografia lavora su tinte sobrie, su neri profondi e luci controllate; la composizione, spesso frontale, esalta la relazione tra soggetto e sfondo, tra abito e pelle, tra parola e silenzio. La scrittura sonora è di rara precisione: la voce che elenca, la città che fruscia, l’ingresso di Meshell Ndegeocello con Thus Sayeth the Lorde, che convoca Audre Lorde come forma di respiro collettivo. Questa chiamata esplicita non schiaccia il film su un manifesto: lo apre a una coralità che non ha bisogno di slogan.
Sul piano tematico, Diop ragiona sul “guardare il guardare”, nodo caro alla teoria femminista del cinema, ma lo traduce in gesto concreto: mette il corpo al centro e lo sottrae allo sguardo predatorio, donandogli un tempo. Il corto non riduce l’ampiezza dell’operazione: qui c’è un’idea di cinema come cura, come riposizionamento dello sguardo, come possibilità di rinominare le cose. Per questo Fragments for Venus non è un “contenuto”, ma un’esperienza compatta che chiede partecipazione.
Vederlo è necessario per comprendere quanto il linguaggio delle immagini possa ancora aprire spazi di libertà.
credit image by Press Office – photo by Brigitte Lacombe













