Il Diavolo Veste Prada 2, recensione: Miranda Priestly detta ancora legge

In breve
• Il Diavolo Veste Prada 2 arriva su Disney+ dal 29 luglio 2026.
• Tornano Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, accanto a Justin Theroux, Lucy Liu, Kenneth Branagh, B.J. Novak, Simone Ashley, Caleb Hearon e Helen J. Shen.
• Il cuore fashion del film passa dai costumi di Molly Rogers, tra il guardaroba maschile femminilizzato per Andy,  l’uniforme di potere per Miranda, un Dior audace per Emily e l’alta sartoria per Nigel.

Vent’anni dopo, Il Diavolo Veste Prada 2 torna dove tutto era iniziato: negli uffici lucidissimi di Runway, tra cappotti impeccabili, sguardi gelidi, assistenti in allerta e una domanda nuova. Che cosa resta del potere di Miranda Priestly quando il mondo che l’ha resa invincibile comincia a sgretolarsi?

Il Diavolo Veste Prada 2 è un ritorno costruito con intelligenza. Non prova semplicemente a riaccendere il culto del primo film, ma parte dal punto più fragile del suo stesso mito: il giornalismo cartaceo, le riviste patinate, la gerarchia editoriale, l’idea di una moda filtrata da pochi sguardi autorevoli. Nel 2006 Runway era un tempio. Nel sequel è ancora bellissima, ancora temibile, ancora governata da Miranda Priestly, ma sotto il marmo comincia a tremare qualcosa.

La sceneggiatura di Aline Brosh McKenna capisce che il tempo non può essere ignorato. Andy non è più la giovane assistente che cerca il proprio posto nel mondo. Miranda non è più soltanto il monolite del potere. Emily non è più la seconda assistente furiosa e affamata di riconoscimento. Nigel non è più solo il mentore ironico e brillante. Tutti sono rimasti fedeli a sé stessi, ma il mondo intorno a loro ha cambiato regole, linguaggi e velocità.

La trama riparte da Runway e dalla crisi del suo impero

Il Diavolo Veste Prada 2 recensione

Photo by Macall Polay. © 2025 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Il film ritrova Miranda Priestly all’apice del controllo e, nello stesso tempo, davanti alla possibilità che il suo mondo non sia più sufficiente. Il modello economico delle riviste è in crisi, l’editoria moda deve ridefinire la propria rilevanza e Runway, più che una semplice testata, diventa il simbolo di un potere culturale che prova a sopravvivere al digitale, alla frammentazione dell’attenzione e alla perdita dell’autorità verticale.

In questo scenario rientra Andy Sachs, interpretata da Anne Hathaway, non più come ragazza in prova, ma come donna adulta, giornalista, professionista consapevole. Il suo ritorno non ha il sapore della resa, ma quello del confronto. Tornare a Runway significa misurarsi con una parte della propria formazione, con ciò che ha rifiutato e con ciò che, inevitabilmente, ha imparato.

La relazione tra Andy e Miranda resta il cuore magnetico del film. Non è amicizia, non è rivalità pura, non è rapporto madre-figlia, non è soltanto trauma professionale. È qualcosa di più ambiguo e cinematograficamente interessante: una forma di riconoscimento reciproco tra due donne che si sono cambiate la vita senza mai concedersi davvero tenerezza.

Miranda Priestly

Meryl Streep torna a Miranda con una sottrazione ancora più affilata. La sua Priestly è più libera nella crudeltà, più stanca nel corpo, più consapevole del rischio. L’età non viene nascosta, e questa è una delle scelte migliori del film. Miranda non viene ringiovanita artificialmente per rassicurare lo spettatore. Viene lasciata dentro il tempo, con la sua autorità intatta e il suo impero meno stabile.

Il film la osserva mentre difende la propria eredità, non solo professionale ma quasi esistenziale. Runway è il suo capolavoro, la sua corazza, la sua lingua. Se quel sistema perde centralità, anche Miranda deve chiedersi che cosa rimanga del suo potere.

Andy Sachs torna adulta e più libera

Anne Hathaway interpreta Andy con una maturità nuova. La ragazza che aveva gettato il telefono nella fontana e scelto un’altra strada è diventata una donna che non ha bisogno di dimostrare di essere diversa dal mondo della moda. Ha già fatto quella scelta. Ora può permettersi di guardare Runway senza esserne divorata.

Il film lavora bene proprio su questa evoluzione. Andy non torna per essere nuovamente iniziata alla moda. Torna con un’identità costruita altrove, con una sicurezza professionale conquistata, con un rapporto meno difensivo verso l’eleganza e il potere. Il suo stile lo racconta prima ancora dei dialoghi: non più trasformazione da brutto anatroccolo fashion, ma un guardaroba vissuto, colto, personale.

Emily Charlton è la grande vendetta comica del sequel

Emily Blunt ritrova Emily Charlton e la spinge dove era inevitabile che arrivasse: al potere. Ora Emily lavora in una posizione di rilievo da Dior e ha finalmente ciò che desiderava, cioè autorità, influenza e la possibilità di esercitare controllo sugli altri. Naturalmente lo fa con la stessa impazienza, la stessa ferocia e lo stesso tempismo comico che avevano reso il personaggio memorabile.

Il bello di Emily, in questo sequel, è che non è stata addomesticata. Non è diventata più gentile per piacere al pubblico. È rimasta competitiva, insicura, teatrale, caustica. Ma il film le concede una nuova posizione nello scacchiere: non più vittima del sistema Miranda, ma possibile prodotto riuscito di quel sistema. Emily è spaventosa perché ha imparato benissimo la lezione.

Nigel Kipling, intelligenza e umanità

Stanley Tucci è ancora una volta il punto di equilibrio emotivo del film. Nigel Kipling resta dentro il mondo della moda e dei media come chi ha visto cambiare tutto, ma non ha perso il senso del mestiere. In un sequel che parla di trasformazioni, Nigel è il personaggio che ricorda quanto la moda non sia solo status, ma conoscenza, gusto, disciplina e capacità di leggere le persone.

Tucci lavora su una presenza meno appariscente e più stratificata. Nigel non ha bisogno di rubare la scena. La abita. È il personaggio che può ancora rendere umano un mondo fondato su competizione, gerarchia e immagine. La sua eleganza non è soltanto estetica. È morale.

Il nuovo cast aggiorna il Prada-verso

Il sequel introduce nuovi volti con una funzione precisa: dimostrare che Runway non è un reperto, ma un organismo che prova a sopravvivere. Simone Ashley interpreta Amari, la nuova assistente di Miranda, una figura più consapevole e meno terrorizzata rispetto alle assistenti del passato. È una giovane donna che conosce il sistema, lo rispetta, ma non sembra volerci scomparire dentro.

Caleb Hearon è Charlie, personaggio che porta una comicità più contemporanea e tenera, mentre Helen J. Shen interpreta Jin, assistente con una fame professionale che richiama, in controluce, la prima Andy. Intorno a loro si muovono Kenneth Branagh, Lucy Liu, Justin Theroux, B.J. Novak e Patrick Brammall, figure che allargano il mondo del film verso editoria, potere, capitale, relazioni e nuove forme di influenza.

I costumi di scena raccontano il potere, l’età e la nuova geografia della moda

Ne Il Diavolo Veste Prada 2, il guardaroba non è un semplice esercizio di styling. È una seconda sceneggiatura. La costumista Molly Rogers costruisce i personaggi attraverso giacche, borse, gioielli, silhouette e archivi moda, evitando l’effetto trend immediato e cercando invece look capaci di restare impressi nel tempo. È una scelta fondamentale per un film che torna vent’anni dopo un cult: ogni outfit deve parlare al presente, ma avere abbastanza forza visiva da non consumarsi in una stagione.

Andy Sachs veste un maschile femminile colto e vissuto

Il guardaroba di Andy Sachs, interpretata da Anne Hathaway, parte da un’idea molto precisa: un maschile femminilizzato, morbido, intelligente, lontano dall’immagine della giovane assistente da trasformare. Andy non ha più bisogno di dimostrare di appartenere al mondo della moda. Lo conosce, lo attraversa, lo seleziona. Per questo i suoi look lavorano su gilet, blazer destrutturati, camicie leggere e pantaloni a vita alta, con un’attitudine che richiama l’eleganza libera di Annie Hall e la forza controllata di Katharine Hepburn.

Essendo diventata una giornalista adulta, il suo stile non può sembrare appena uscito da uno showroom. Deve avere storia, movimento, vita. Rogers immagina Andy come una donna che viaggia, lavora, compra vintage, mescola capi d’archivio e pezzi contemporanei. Il risultato è un’eleganza più personale, meno patinata, fatta di abiti che sembrano scelti nel tempo e non imposti da un reparto moda.

Anne Hathaway ha oltre 47 cambi d’abito nel film, ma alcuni look definiscono meglio di altri questa nuova maturità. Nella scena dell’Ultima Cena a Milano, Andy indossa pantaloni in velluto nero di taglio maschile con bretelle a righe decorate da perline, dalla collezione Armani Privé Autunno 2024, abbinati a gioielli di Nikos Koulis. È uno dei look più riusciti perché mette insieme rigore, sera e identità: Andy è elegante, ma non si traveste da red carpet.

Per il premio giornalistico, il personaggio indossa un blazer di Dolce & Gabbana, pantaloni a righe in lana di Loewe, top in seta ed elastam di Romeo Gigli, una collana in oro con chiusura toggle di Jemma Wynne, una collana di perle di Tamushka personalizzata da James Banks e una borsa a tracolla di Coach, destinata a diventare uno degli accessori chiave del film. Qui Andy appare professionale ma non rigida, consapevole ma non ingessata.

L’incontro con Emily da Dior è costruito invece su un completo d’archivio Jean Paul Gaultier, composto da gilet e pantaloni coordinati, stivaletti Saint Laurent, anello in malachite di Tarin Thomas e ancora la borsa Coach. È un look che dice molto del rapporto tra Andy e la moda: non più meraviglia intimidita, ma padronanza culturale.

A Milano, durante un confronto in camera d’albergo, Andy indossa una camicetta in seta di Tom Ford, pantaloni palazzo di Valentino, giacca di Louis Vuitton, stivali di Aquazzura, borsetta metallica a forma di scatola di Dellaluna, occhiali da sole Chanel e orecchini Jemma Wynne. È una composizione stratificata, quasi da viaggiatrice della moda.

Sempre a Milano, il completo due pezzi Chanel in bouclé, composto da top e gonna, con cintura e borsa trapuntata a tre scomparti, riporta Andy dentro un immaginario più couture. Negli Hamptons, invece, il registro cambia: abito Gabriela Hearst, scarpe Chloé, borsone Fendi e cappello da pescatore Amor Y Mezcal. Per la festa di compleanno di Irv, il personaggio vira sul glamour con un abito blu scintillante di Paco Rabanne, tacchi Rene Caovilla, borsa Rabanne e gioielli di Fred Leighton, Jemma Wynne e Sophie Blake.

Miranda Priestly trasforma l’uniforme in potere assoluto

Per Miranda Priestly, interpretata da Meryl Streep, Molly Rogers lavora su un concetto opposto a quello di Andy: non evoluzione libera, ma uniforme di potere. La silhouette di Miranda resta riconoscibile, costruita su giacche corte, gonne precise, linee controllate e una severità che non ha bisogno di alzare la voce. Il riferimento più evidente è l’idea di una divisa personale, come accadeva a figure iconiche della moda capaci di trasformare la ripetizione in firma.

Miranda cambia abito circa 28 volte, ma ogni look sembra appartenere alla stessa architettura mentale. Nella prima scena in ufficio, indossa giacca e gonna grigie di Sa Su Phi, tacchi DeiMille, borsa color crema Pinel et Pinel, bracciale e collana di Briony Raymond. A completare il look ci sono gli ormai celebri orecchini a cerchio d’argento acquistati da Meryl Streep da CVS, dettaglio sorprendente perché introduce un cortocircuito perfetto tra alto e basso: Miranda può rendere iconico anche un accessorio nato fuori dal sistema del lusso.

Il momento più scenografico del guardaroba di Miranda arriva al gala di Runway. Tra i pochissimi capi realizzati appositamente per il film, spicca un abito da ballo rosso creato da Pierpaolo Piccioli per Balenciaga. È un look quasi operistico, pensato per isolare Miranda nella scena come una figura di potere, memoria e teatralità. Il rosso non addolcisce il personaggio. Lo rende più monumentale.

In una riunione con alcuni consulenti, Streep indossa una giacca con nappe di Dries Van Noten, scelta come eco ideale della celebre giacca con paillettes e perline del primo film, quella del monologo sul ceruleo. Il look viene completato da una camicetta lavanda di Libertine, una gonna Gabriela Hearst e tacchi Gucci. È uno dei passaggi più intelligenti del costume design: non copia un momento cult, lo richiama in modo sottile.

A Milano, Miranda veste Armani come gesto di omaggio alla moda italiana. Nella scena ambientata al Museo del Cenacolo Vinciano ricostruito per le riprese, indossa un cappotto da sera tempestato di gioielli di Armani Privé, abbinato a una camicetta di Oud, pantaloni Carolina Herrera e tacchi YSL. Alla festa di compleanno di Irv, invece, la collana di strass arriva da un mercatino vintage di New York ed è stata il primo acquisto fatto da Rogers per il film. Anche qui Miranda resta Miranda: il valore non nasce solo dal prezzo, ma dall’autorità con cui porta l’oggetto.

Emily Charlton usa la moda come arma di affermazione

Emily Charlton, interpretata da Emily Blunt, è il personaggio su cui il costume può spingersi più in là. Nel primo film era l’assistente affamata di riconoscimento, vestita con risorse limitate e ambizione illimitata. Nel sequel ha finalmente potere, lavora in una posizione importante da Dior e il suo guardaroba riflette questa conquista. Emily non si veste per piacere. Si veste per occupare spazio.

Durante un pranzo di lavoro a Milano, indossa un completo a quadri disegnato da Jonathan Anderson per Dior, abbinato a un mantello Zimmermann e a stivali Louboutin cuissard. È un look assertivo, quasi militare nella sua presenza, ma filtrato da una teatralità pienamente fashion.

Durante la costruzione del flagship store Dior, Emily appare con una salopette d’archivio Jean Paul Gaultier, maglietta e sciarpa Dior. Per una rimpatriata inattesa di Runway, il suo guardaroba diventa ancora più stratificato: camicetta Dior, pantaloni Jean Paul Gaultier, corsetto Wiederhoeft e tacchi Brandon Blackwood. È Emily nella sua forma migliore: controllata, eccessiva, sempre sull’orlo di trasformare il look in una dichiarazione di guerra.

Per il raduno in onore di Irv, indossa un abito Dior, gonna Peter Do, tacchi Alexander McQueen, borsa a forma di scatola Mark Cross e berretto vintage Dior. Alla festa di compleanno di Irv, invece, il look diventa più notturno e radicale: abito da sera Rick Owens, cintura Massimo Dutti, grembiule d’argento vintage, tacchi Louboutin e gioielli Gallery Lulo. Emily è il personaggio che dimostra meglio come l’eccesso, se costruito con intelligenza, possa diventare una forma di disciplina.

Nigel Kipling conferma la forza narrativa della sartoria maschile

Il guardaroba di Nigel Kipling, interpretato da Stanley Tucci, lavora su un’eleganza maschile colta, sartoriale, mai prevedibile. Nigel non usa la moda per apparire più potente. La usa perché la conosce. Il suo stile è il linguaggio di un uomo che ha attraversato il sistema senza perdere ironia, misura e gusto.

Per il suo look finale a Milano, Nigel indossa una giacca Dolce & Gabbana, pantaloni Zegna, scarpe Paul Stuart, cravattino Giorgio Armani, bracciali David Yurman e fazzoletto da taschino Pucci. È un insieme calibrato, dove ogni dettaglio serve a costruire personalità.

Alla sfilata dello stilista, il personaggio porta un completo tre pezzi Dolce & Gabbana, con foulard e fazzoletto da taschino. Per un incontro da Dior, il registro diventa più britannico: completo tre pezzi Richard James di Savile Row in tessuto Principe di Galles, camicia Turnbull & Asser, cravatta vintage, borsa Berluti e scarpe Santoni. È Nigel al massimo della sua precisione: tradizione, tessuto, accessorio e gesto.

Per il gala di Runway, indossa uno smoking tre pezzi su misura di Zegna. Nel viaggio in aereo verso Milano, invece, il personaggio appare con giacca cammello Tom Ford, sciarpa vintage, pantaloni Berwich e scarpe Stubbs & Wootton. Anche in transito, Nigel non è mai casuale. Il suo guardaroba racconta una cultura dell’abito che non dipende dall’occasione, ma dall’identità.

Gli assistenti portano Runway dentro una nuova generazione

La nuova generazione di assistenti aggiorna il vocabolario visivo del film. Simone Ashley, nel ruolo di Amari, indossa per il gala un abito proveniente dall’archivio Jean Paul Gaultier. È una scelta coerente con un personaggio che non vive Runway con il terrore della vecchia generazione, ma con una sicurezza più contemporanea, più consapevole del proprio valore.

Caleb Hearon, che interpreta Charlie, passa buona parte del film seduto, ma proprio per questo le sue camicie sono state realizzate su misura.  Helen J. Shen, nel ruolo di Jin, porta invece nel film un’estetica più legata al vintage e all’usato. Il suo look nasce dall’osservazione di una negoziante di uno dei mercati vintage amati da Molly Rogers, nota per indossare molte mollette tra i capelli. Jin diventa così il segno di una moda più personale, meno gerarchica, più libera di mescolare archivi, mercatini e styling istintivo.

Runway a Milano celebra le maison italiane

La sequenza milanese permette al film di aprire Runway alla moda italiana. Per la sfilata, la produzione ha coinvolto una selezione di maison e designer capaci di rappresentare linguaggi diversi: Emilio Pucci, Etro, Fendi, Moschino, Missoni, Prada, Dolce & Gabbana, Lorenzo Seghezzi, Rosamosario, Roberto Cavalli e Antonio Marras.

Runway arriva in Italia e deve confrontarsi con un’altra idea di stile: più manifatturiera, più stratificata, più legata alle maison e alla memoria dei brand. In questo dialogo tra New York e Milano, i costumi diventano il vero ponte narrativo del film..

Gli aneddoti fashion rendono il film ancora più gustoso

Il sequel è pieno di piccoli aneddoti che ne rafforzano il fascino fashion. Il più irresistibile riguarda Miranda: Meryl Streep si è presentata a una prova costume con un paio di orecchini a cerchio d’argento comprati da CVS, una catena di farmacie statunitense. Molly Rogers cercava orecchini abbastanza visibili da non sparire accanto alla parrucca, ma non così importanti da distrarre. Alla fine, proprio quel paio low cost è diventato il dettaglio perfetto. Miranda Priestly con orecchini da farmacia è il tipo di corto circuito che solo il cinema sa rendere memorabile.

C’è poi la ricostruzione dell’interno del Museo del Cenacolo Vinciano, realizzata in teatro di posa perché l’illuminazione delle riprese avrebbe danneggiato l’opera originale. E c’è il set di Runway, otto volte più grande rispetto agli uffici del primo film, con pile di riviste disposte come peso fisico e simbolico: la carta come materia, memoria e ostinazione di Miranda.

Il giudizio critico premia il sequel quando guarda avanti

Il Diavolo Veste Prada 2 funziona meglio quando non cerca di replicare il primo film. La nostalgia c’è, inevitabile, e in certi momenti è quasi programmata. Ma il cuore più interessante del sequel sta altrove: nella crisi di Miranda, nella maturità di Andy, nel potere finalmente esercitato da Emily, nel tentativo di Runway di restare rilevante mentre il mondo cambia.

Il film ha un’intelligenza precisa: sa che il pubblico vuole rivedere gli stessi personaggi, ma sa anche che vent’anni non possono passare senza conseguenze. La moda non è più soltanto sogno, aspirazione e paura. È industria sotto pressione, immagine in trasformazione, legacy da difendere, contenuto da monetizzare, memoria da conservare. E dentro questo terremoto, Miranda Priestly resta in piedi. Forse più fragile. Sicuramente ancora pericolosa.

La vera vittoria del sequel è proprio questa: non distruggere il mito, ma mostrarne le crepe. Perché Miranda, Andy, Emily e Nigel non tornano per dimostrarci che tutto è rimasto uguale. Tornano per ricordarci che anche le icone invecchiano, cambiano, negoziano, cedono e resistono. Ma se indossano il cappotto giusto, riescono ancora a far sembrare tutto inevitabile.

Il Diavolo Veste Prada 2 arriva su Disney+ il 29 luglio 2026.

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Da oltre 18 anni lavora nel mondo dei media e della comunicazione e si occupa di creare contenuti per il web e i social media. Dalla formazione in Filosofia presso l'Università La Sapienza di Roma, approda nel mondo digital dove ha collaborato con molti network editoriali italiani. Iscritta all'Albo dei Giornalisti nell'elenco Pubblicisti. Nel 2019 ha fondato il magazine digitale GlobeStyles. Dal 2019 è anche responsabile Lifestyle di Quotidiano Motori.

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