Il Quieto Vivere: Gianluca Matarrese porta a Venezia un dramma di famiglia
Dopo il successo di “GEN_”, Gianluca Matarrese torna a Venezia con il film Il Quieto Vivere, Evento Speciale Fuori Concorso alle Giornate degli Autori. Scritto con Nico Morabito, è un ritratto personale e corrosivo della famiglia del regista in un borgo calabrese, dove rancori quotidiani diventano teatro e ogni lite sfocia in una guerra domestica. Tra ironia e crudeltà, la storia delle due cognate Luisa e Imma diventa lo specchio di una comunità chiusa, attraversata da conflitti eterni.
Dopo aver presentato al Sundance GEN_, unico titolo italiano in concorso, Gianluca Matarrese approda per la quarta volta alla Mostra del Cinema di Venezia. Con Il Quieto Vivere, in programma come Evento Speciale Fuori Concorso alle Giornate degli Autori, il regista torinese porta sullo schermo la storia della sua stessa famiglia. La sceneggiatura, scritta a quattro mani con Nico Morabito, nasce da un’idea tanto personale quanto universale: raccontare il conflitto domestico come dramma teatrale, con una messa in scena che alterna documentario, finzione e frammenti performativi.
La produzione è una collaborazione tra Faber Produzioni, Stemal Entertainment, Rai Cinema, Elefant Films e RSI, con la produzione di Donatella Palermo e Alex Iordachescu.
Una guerra tra le mura domestiche
Al centro del film c’è una lotta intestina che si consuma nel borgo calabrese di Cozzo. Lì, in una palazzina isolata arroccata su un colle, la quotidianità è scandita da rancori e recriminazioni che si tramandano da generazioni. Il cuore della storia è la tensione costante tra due cognate, Maria Luisa Magno e Imma Capalbo, la cui rivalità esplosiva contagia l’intera comunità familiare.
Accanto a loro, la madre del regista, Carmela Magno, le zie Concetta e Filomena, i cugini Sergio Turano e Giorgio Pucci e altri parenti popolano un microcosmo domestico fatto di denunce, urla, piatti rovesciati e riappacificazioni mai durature.
Matarrese osserva questa realtà senza filtri, restituendo la dimensione teatrale di ogni conflitto. Ogni pasto diventa un palcoscenico, ogni discussione un atto tragico-grottesco.
Il personaggio di Luisa: ribellione e ossessione
Fra le figure che emergono con più forza c’è Luisa Magno, donna di cinquant’anni, ribelle a convenzioni e valori tradizionali, segnata da un passato difficile e da un presente fatto di lavori precari e tensioni familiari. Il suo legame con i figli e la nipotina non le impedisce di alimentare con energia inesauribile la rivalità con Imma, bersaglio costante dei suoi rancori.
Le tre zie anziane, poste in scena come coro tragico e ironico, osservano e commentano, cercando invano di ricucire fratture insanabili. La loro presenza conferisce alla narrazione un tono che ricorda la tragedia greca, trasposta però in una dimensione quotidiana e provinciale.
Un linguaggio che mescola cinema e teatro
Lo stile di Il Quieto Vivere riflette la volontà del regista di spingersi oltre i confini del documentario tradizionale. Matarrese adotta un linguaggio ibrido, che alterna momenti realistici a situazioni orchestrate con la precisione della messa in scena teatrale.
Il lavoro sulla fotografia di Kevin Brunet amplifica la sensazione di claustrofobia domestica, mentre il montaggio di Jacopo Quadri contribuisce a dare ritmo a un racconto corale e frammentato. Le musiche originali di Cantautoma, pubblicate da Ala Bianca Publishing, sottolineano con ironia e malinconia il continuo alternarsi di tensione e leggerezza.
L’universo creativo di Gianluca Matarrese
Nato a Torino da genitori calabresi e residente a Parigi da oltre vent’anni, Matarrese ha costruito un percorso autoriale che lo ha portato a firmare nove film in soli cinque anni. Le sue opere, selezionate in festival come Venezia, Sundance, Karlovy Vary, IDFA, CPH:DOX, Hot Docs e Torino, gli hanno fruttato premi prestigiosi, tra cui il Queer Lion e il riconoscimento per il Miglior Documentario Italiano al Torino Film Festival.
Tra i suoi lavori più noti figurano Fuori Tutto, La dernière séance, Fashion Babylon, Il Posto, Les Beaux Parleurs, Pinned into a Dress, L’Expérience Zola e GEN_. La sua capacità di unire intimità personale e respiro universale lo ha reso una delle voci più riconoscibili del cinema documentario contemporaneo.
Perché vale la pena vederlo
Il Quieto Vivere è più di un racconto familiare: è un affresco sociale che trasforma una piccola comunità calabrese in un palcoscenico universale. Con un approccio che unisce ironia e crudeltà, Matarrese invita lo spettatore a interrogarsi sulle dinamiche di potere, rancore e amore che definiscono ogni nucleo familiare.
Il film si distingue per la capacità di trasformare l’intimità in materia cinematografica, dando voce a conflitti che, pur radicati in un contesto locale, parlano a chiunque abbia vissuto tensioni domestiche. La fusione di documentario, teatro e finzione crea un linguaggio visivo originale, che cattura e inquieta.
Vale la pena vederlo perché offre una riflessione tagliente ma anche poetica sulla fragilità delle relazioni umane. E perché dimostra come il cinema possa trasformare il privato in un’esperienza collettiva, capace di emozionare e disturbare allo stesso tempo.
credit image by Press Office – photo by Faber Produzioni e Stemal Entertainment













