In The Land of Arto: il film con Camille Cottin apre il Locarno Film Festival 2025, la recensione
“In The Land of Arto”, diretto da Tamara Stepanyan, è un viaggio interiore e geografico, attraverso l’Armenia contemporanea e il peso lasciato dalle sue ferite storiche. Camille Cottin interpreta Céline, una donna che parte per recuperare un documento e si ritrova coinvolta in un’indagine intima sulla vita del marito scomparso. Con Zar Amir al suo fianco, il film intreccia paesaggi, silenzi e incontri, restituendo una riflessione sulla perdita, sulla verità e sull’appartenenza. Presentato in apertura al Locarno Film Festival, è un’opera di contemplazione, tra memoria e paesaggi interiori.
In The Land of Arto: un inizio ordinario, un viaggio inatteso
Céline, madre francese e vedova, parte per l’Armenia con l’idea di chiudere una pratica burocratica. Il marito Arto è morto sei mesi prima, e per i figli serve il suo certificato di nascita. Ma ciò che sembrava un semplice viaggio si trasforma ben presto in un pellegrinaggio emotivo, capace di scardinare ogni certezza. Questo è l’incipit di In The Land of Arto, primo lungometraggio di finzione di Tamara Stepanyan, presentato in apertura al Festival di Locarno.
Il film si muove con passo lento e occhi aperti. Ogni dettaglio è carico di storia, ogni volto nasconde una traccia, ogni parola non detta affiora tra le pieghe di paesaggi attraversati dal silenzio. L’Armenia non è solo sfondo, ma una vera e propria presenza: muta, solenne, a volte dura.
Il mistero dell’identità e la ricerca della verità
Appena arrivata a destinazione, Céline viene travolta dalla prima rivelazione: nei registri ufficiali, suo marito non risulta con il nome che conosceva. Esiste, sì, ma sotto un altro cognome. È il primo passo di un percorso che la costringerà a rimettere in discussione l’immagine dell’uomo che ha amato. Il suo viaggio prende una piega diversa, fatta di incontri, testimonianze, rivelazioni.
Si parla di diserzione, di guerre dimenticate, di vite spezzate. Arto, forse, non è mai stato quello che diceva di essere. Céline, interpretata con grazia e rigore da Camille Cottin, attraversa queste verità come se camminasse su vetri: attenta, ferita, ma determinata.
L’incontro con Arsine: specchio e guida
Durante il suo percorso, Céline conosce Arsine, una donna armena francofona con una storia familiare altrettanto complessa. A interpretarla è Zar Amir, già apprezzata in Holy Spider, che offre qui una prova intensa, fatta di sguardi e sussulti. Arsine diventa un ponte, tra lingue e ricordi, tra passato e presente. Con lei, Céline raggiunge Aghdam, luogo chiave nel passato di Arto.
Quella tra Céline e Arsine non è solo una dinamica narrativa, ma una riflessione sul dolore femminile che attraversa epoche e confini. Due donne, diverse per vissuto e contesto, trovano un terreno comune nel desiderio di comprensione e nel bisogno di andare avanti.
L’Armenia come anima visiva
Claire Mathon, direttrice della fotografia già lodata per Ritratto della giovane in fiamme, imprime al film un respiro visivo profondo. Le inquadrature si fanno poesia, cogliendo la bellezza ruvida dei paesaggi, la densità di una scheda anagrafica, l’eco dei volti incontrati. L’attenzione per il dettaglio si fonde con un senso più ampio: quello del peso del tempo e delle tracce che lascia.
Ogni scena, anche la più semplice, è costruita come se custodisse un segreto. Così accade nel viaggio in minibus, dove un giovane rapper intona un brano sulla perdita e sul ritorno. L’interprete è Valeri Lyoka Ghazaryan, figura nota in Armenia e anch’egli testimone reale di una fuga familiare dai conflitti del 1992. La sua presenza aggiunge autenticità e malinconia.
La regia di Stepanyan: voce discreta ma incisiva
Tamara Stepanyan costruisce la narrazione con misura. Non forza i ritmi, non impone giudizi. Lascia che le storie emergano, che i silenzi parlino. La scelta di far interagire Céline con il “fantasma” di Arto potrebbe sembrare rischiosa, ma viene gestita con tale naturalezza che diventa parte integrante del percorso emotivo. La regista porta il suo passato documentaristico al servizio della fiction, conferendo al racconto un realismo rarefatto ma presente.
Il montaggio di Olivier Ferrari accompagna con delicatezza questo intreccio di piani, alternando sogno e realtà senza mai disorientare. La musica di Marc Ribot, invece, si insinua nei momenti giusti, ampliando la sensazione di sospensione.
Un cast che attraversa il dolore con autenticità
Oltre a Cottin e Amir, il film ospita apparizioni toccanti: Denis Lavant nei panni di un veterano, Shant Hovhannisyan come tassista che accompagna Céline nei suoi spostamenti, Babken Chobanyan nel ruolo del compagno di Arsine. Tutti contribuiscono a costruire un mondo frammentato, in cui ogni personaggio è portatore di una memoria spezzata.
L’interazione tra gli attori non è mai caricata. I dialoghi sono misurati, spesso interrotti o lasciati in sospeso, come se le parole non fossero mai abbastanza per contenere ciò che è accaduto.
Un addio che diventa ritorno
In The Land of Arto è un lamento sommesso che si insinua nell’anima, lasciando affiorare ferite che non trovano pace. Tamara Stepanyan firma un racconto che respira come una terra antica: aspra, generosa, imprevedibile. Il suo sguardo non urla, ma sussurra con fermezza, accarezza la verità senza afferrarla, la insegue nei gesti interrotti, nei silenzi densi, nelle stanze disabitate del ricordo.
Céline non trova risposte, ma frammenti. E quei frammenti, proprio perché imperfetti e sparsi, diventano specchio di un dolore autentico, di una ricerca che appartiene a chiunque abbia amato, perso e provato a capire. Il passato non viene sepolto, ma cammina accanto a noi. E questo film ce lo ricorda con la delicatezza di una carezza e la durezza di un pugno chiuso.
Non c’è redenzione facile, né armonia imposta. C’è invece la vita, che si fa strada attraverso la cenere, e lo fa con un passo incerto, umano, bellissimo.
credit image by Press Office – photo by Locarno Film Festival














