Federico Bellucci: la memoria degli oggetti e il futuro di Magazzino76, l’intervista
In questa intervista, Federico Bellucci racconta la visione e l’evoluzione di Magazzino76, realtà milanese dedicata al design d’epoca. Tra architettura dello spazio, come i pannelli di Jean Prouvé, e comunità di lavoro, Magazzino76 è oggi laboratorio, galleria e archivio condiviso. Un punto di riferimento per chi cerca nel vintage cultura, autenticità e identità progettuale.
Un archivio vivo, un laboratorio di idee, una comunità costruita attorno agli oggetti. Da oltre vent’anni, Federico Bellucci è l’anima di Magazzino76, punto di riferimento per chi cerca nel design d’epoca non solo valore estetico, ma anche profondità storica e coerenza progettuale.
Nato letteralmente “nelle cantine dei palazzi milanesi”, il suo sguardo si è affinato nel tempo, passando dal collezionismo istintivo a una visione curatoriale fondata su tre parole chiave: qualità, proporzione, tecnica. Ogni pezzo selezionato, restaurato e proposto da Magazzino76 è il risultato di un processo che parte dal rispetto per chi lo ha ideato e arriva alla responsabilità verso chi lo custodirà in futuro.
Nel nuovo showroom, tra pannelli di Jean Prouvé trasformati in elementi d’architettura e arredi iconici del secondo Novecento, Federico Bellucci mette in scena non solo oggetti, ma una cultura del design che unisce passato e presente. In questa intervista, ripercorriamo con lui l’evoluzione del suo metodo, la trasformazione del mercato del vintage, e il modo in cui Magazzino76 sta diventando sempre più spazio culturale, archivio condiviso e officina collettiva.
Il tempo degli oggetti secondo Federico Bellucci
Il tuo inizio è “nelle cantine dei palazzi milanesi”: cosa ti colpiva di quegli oggetti “abbandonati” che agli altri sembravano invisibili?
Ricordo precisamente che mi colpiva la bellezza degli oggetti e degli arredi che vedevo. Per me quel fascino del passato era novità e bellezza assoluta.
Se dovessi descrivere il tuo metodo di sguardo in tre parole oggi, dopo vent’anni di lavoro, quali sarebbero e perché?
Il mio metodo di sguardo ha come fulcro la qualità, perchè è alla base di ciò che cerco. Mi affascinano le proporzioni perché la bellezza sta soprattutto in questo. E anche la tecnica, la qualità è niente senza la tecnica.
“Rispettare gli oggetti, chi li ha pensati e chi li amerà ancora”: cosa significa concretamente nel tuo laboratorio? Dove tracci il confine tra conservazione e intervento?
Il rispetto degli oggetti parte dal rispettare le scelte di chi li ha progettati e/o costruiti e rispettarle significa cercare di sforzarsi di immaginare il contesto e l’epoca in cui son stati creati.
In un’epoca di consumo veloce, come si educa a vedere il design come qualcosa che passa di mano in mano e non come un acquisto “a scadenza”?
I mobili e gli arredi d’epoca non si comprano per moda e poi si cambiano, vanno acquistati perché ti fanno innamorare e se sono stati restaurati bene dureranno per almeno 100 anni. A seguire avranno probabilmente bisogno di un nuovo e buon restauro – e garantito ne dureranno altrettanti.
I pannelli ad onde di Jean Prouvé nel nuovo showroom diventano “cuore concettuale” del progetto: come li hai trovati e perché hai deciso di farli diventare architettura dello spazio?
Li avevo acquistati a Beziers, in Francia, nella scuola che Jean Prouvé aveva progettato. Sei anni fa insieme ad Hannes Peer, abbiamo organizzato una mostra con questi pannelli (all’ora erano circa 60) è stato un evento molto bello, la mostra si chiamava “costruire Prouvé” è stata la prima volta che Via Merano ospitava una mostra così.
Le onde “dividono e uniscono”: come hai costruito il percorso interno? Qual è la regia con cui decidi cosa sta davanti, cosa sta dietro, cosa si scopre dopo?
Nel nostro spazio non ce nulla che sta dietro ad altro, tutto e tutti sono uniti dal voler fare bene le cose. Se qualcosa è nascosto forse è perché è giusto che chi venga da noi sia stimolato a scoprirlo.
Il mercato del vintage oscillava tra collezionismo e decorazione: oggi dove si sta spostando? Più cultura o più immagine?
Sicuramente c’è più cultura e più consapevolezza. Per me è meglio così perché le persone che vengono da Magazzino76 si accorgono della differenza rispetto ad altri posti dove puoi trovare arredi d’epoca.
Se guardi al futuro: cosa diventerà Magazzino76 nei prossimi anni? Una galleria, un archivio, un laboratorio, una comunità?
Il futuro è già il presente, Magazzino76 è già un laboratorio di restauro, un archivio di immagini che chiunque può vedere (abbiamo oltre 2000 prodotti online). Una comunità, in qualche modo, lo è già perché ogni persona che ci lavora è un anello fondamentale di questo posto. Normalmente chi viene a lavorare da noi si affeziona e ha piacere a contribuire con il proprio lavoro a farci crescere. Una galleria forse la è già, ma quella è solo un etichetta.
C’è un oggetto che non venderesti mai, anche se te lo chiedessero in molti? Perché?
Un oggetto che non venderei mai non esiste. Sono un commerciante e prima o poi vendo tutto. Comunque c’è un mobile che ho comprato da un collega con la promessa che non l’avrei venduto, è a casa mia e della mia compagna e non penso lo venderò mai, una promessa è una promessa. Se poi dovesse arrivare un offerta che non si può rifiutare….
credit image by Press Office – photo by Magazzino76













