Jay Kelly conquista Venezia: le interviste a Noah Baumbach, George Clooney e Adam Sandler
La recensione del film Jay Kelly, diretto da Noah Baumbach e scritto con Emily Mortimer, e le interviste al regista e a George Clooney, che interpreta una star immaginaria che si confronta con il peso del passato, tra rapporti familiari complessi, l’amicizia con il manager interpretato da Adam Sandler e i riflessi del successo. Tra ironia e malinconia, il film fonde commedia e dramma, con un cast internazionale e una scrittura sofisticata che mette al centro la memoria e l’identità.
Jay Kelly, nuova fatica di Noah Baumbach, ha debuttato in anteprima al Festival del Cinema di Venezia 2025. Il film, presentato in anteprima mondiale, approderà in cinema selezionati dal 19 novembre per poi arrivare su Netflix il 5 dicembre 2025. Baumbach, affiancato dalla co-sceneggiatrice Emily Mortimer, firma un’opera che si muove tra ironia e introspezione, costruendo attorno al protagonista un mosaico che riflette sul senso stesso dell’essere star e sulla fragilità delle relazioni umane.
George Clooney tra mito e vulnerabilità
George Clooney presta il volto a Jay Kelly, attore immaginario che porta in sé echi delle grandi icone hollywoodiane. La sua performance oscilla tra due poli: la personalità pubblica, fatta di premi, apparizioni e riconoscimenti, e l’uomo privato che deve fare i conti con errori, legami incrinati e rimpianti.
Accanto a lui, Adam Sandler interpreta Ron, manager e confidente, capace di bilanciare ironia e tenerezza. Insieme formano una coppia artistica insolita ma perfettamente calibrata per restituire l’anima ambivalente del racconto.
Un viaggio esteriore e interiore
Il film si sviluppa come un doppio itinerario. Da un lato, Jay attraversa l’Europa, tra location italiane e incontri inattesi, cercando di ricucire il rapporto con la figlia più giovane. Dall’altro, la sua mente lo riporta continuamente su vecchi set, ricordi e momenti chiave della carriera, come se la memoria stessa fosse un film in continua proiezione.
La fotografia di Linus Sandgren cattura questa duplicità: l’esterno luminoso dei paesaggi italiani contrasta con la dimensione onirica dei ricordi, realizzati con scenografie tangibili che restituiscono a Jay il peso della memoria.
Tra cinema e vita reale
Il cuore pulsante di Jay Kelly è il confine sfumato tra arte e vita. Il protagonista riflette sul significato di ogni scelta fatta, sul costo delle rinunce e sulla consapevolezza di avere trascurato affetti importanti. Attraverso continui rimandi metacinematografici, Baumbach esplora la natura stessa del ricordo: frammenti personali che diventano sequenze filmiche, montaggi emotivi che sovrappongono gioia e dolore.
La scrittura di Mortimer e Baumbach evita la celebrazione sterile della star, preferendo un tono che mescola ironia e lucidità critica. La domanda centrale è universale: quanto ci resta addosso delle scelte compiute e quanto avremmo voluto poter tornare indietro?
Recensione: un film che guarda dentro e fuori lo schermo
Jay Kelly è un film che riesce a conciliare due anime apparentemente opposte: da un lato la leggerezza di una commedia di viaggio, dall’altro la gravità di un dramma esistenziale. Baumbach dirige con mano sicura, evitando sentimentalismi eccessivi e preferendo una narrazione stratificata che alterna registri diversi.
In questa pellicola George Clooney gioca con la propria immagine pubblica, costruendo un alter ego capace di emozionare senza perdere il distacco ironico che lo caratterizza. Adam Sandler sorprende in un ruolo misurato, lontano dalle sue prove comiche più note, portando autenticità e calore umano.
Se il film a tratti indulge nella verbosità tipica di Baumbach, riesce comunque a catturare l’attenzione grazie a un equilibrio raro tra riflessione e intrattenimento. Jay Kelly è, in sostanza, una meditazione sul tempo e sull’identità, resa viva da un cast corale e da una regia che non smette di interrogarsi sul senso del fare cinema oggi.
Intervista con Noah Baumbach
Come ti è venuta l’idea iniziale di fare un film su un attore famoso al crocevia della sua vita?
“Era un personaggio ed un’idea avvincente per me, ma all’epoca non sarei proprio stato in grado di dirti perché. In retrospettiva adesso posso dirlo; se fai un film su un attore, intrinsecamente stai facendo un film che parla di identità e di performance. Nella nostra vita arriviamo a dei punti in cui abbiamo stabilito un’idea di noi stessi. “Questo sono io, come genitore, come figlio, come figlia, come collega, come professionista, come amico.” Ma penso, per tutti noi, che ci sia un divario tra chi siamo nel profondo e come ci presentiamo, e questo cambia in relazione a tutti i diversi ruoli che rivestiamo nelle nostre vite. E man mano che invecchiamo e accumuliamo più esperienze, e forse saggezza–come reincontriamo e ridefiniamo la persona che siamo? Il che ci porta all’attore. Era un modo di interiorizzare e rendere chiara la metafora di quel che è realmente l’esperienza umana. Il film esplora idee di identità e autoriflessione, ma presenta anche aspetti della buddy comedy, un grande ensemble che ruota intorno a se stesso e nella cornice di un film di viaggio.”
Come hai affrontato la fusione di tutti questi elementi?
“Ho sempre amato i film che creano tensione ma che ti fanno anche venire voglia di passare del tempo nei loro mondi, di stare con quei personaggi. Non era necessariamente un obiettivo dichiarato qui, ma era intrinseco alla narrazione, il fatto che il film fosse un piacere per lo sguardo e che il pathos e sentimenti più profondi facessero da sottofondo per gran parte della storia, principalmente perché Jay è molto abile a scansarli. Lo fa da molto tempo. C’è della soddisfazione a guardarlo mentre la fa quasi franca, finché la sua vita finalmente gli presenta il conto. Ho sempre pensato alle sequenze di ricordi come se fossero un vento di prua. Lui si muove a passo sostenuto, ma questi ricordi lo travolgono. Quando accede ai ricordi–fisicamente, come mostriamo nel film–lo rallentano. Hanno un impatto sul suo impeto. Perde il controllo. E una volta che arriva in Italia, beh, è un paese dove passato e presente coesistono. Il film di viaggio, gli amici in viaggio in auto insieme, l’ensemble–queste sono tutte parti della stessa storia. Il film parla anche di amicizia, che è un altro modo di esplorare temi di identità e di come noi vediamo noi stessi in rapporto agli altri. Il fatto che questi toni coesistano? Questo è il mio approccio naturale.
Ora che lo guardo, ci sono diverse cose nel film che sono idee che ho da tempo, e forse anche alcune
cose che ho tentato di mettere in altri film, e che per varie ragioni non erano adatte. O forse non ero
ancora pronto a guardarle in faccia o ad affrontarle. Di sicuro penso di aver fatto questo film in un
momento in cui queste cose sono molto vive per me.”
Il film tratta di idee universali, ma si riferisce anche in modo specifico alle circostanze di Jay, al suo rapporto con il suo manager Ron, con le sue figlie, con suo padre, con le persone nella sua orbita. Cosa trasmette il film in merito ai rapporti, alle amicizie e alla famiglia?
“Incontriamo Jay ad un punto di svolta della sua vita, durante una sequela di eventi che lo portano ad affrontare un viaggio, sia un viaggio fisico sia un viaggio nel passato, nei suoi ricordi, nella sua storia. Sta facendo i conti con le scelte che ha fatto nella vita e le priorità che si è dato. È una persona che ha fatto qualcosa a livelli eccezionali per parecchio tempo, e questo è qualcosa che celebriamo nella nostra cultura. Rappresenta molto per parecchie persone. Ma molti di loro sono a lui sconosciuti. E per tutto quello che ha fatto per diventare Jay Kelly, ci sono cose che non ha fatto. Chi avrebbe potuto essere come genitore mentre inseguiva il suo sogno? Come amico? E questa è una grossa storia per lui nel film, ossia come le conseguenze delle decisioni che ha preso si delineano in maniera più precisa. Inizia ad affrontarle in maniera più chiara di quanto abbia fatto per molto tempo.
Si tratta anche dei suoi rapporti con le persone che hanno dedicato larga parte delle proprie vite da adulti al suo successo. Il suo manager Ron, interpretato da Adam Sandler, o il suo addetto stampa, Liz, il personaggio di Laura Dern. Ron è una persona che è stata al fianco di Jay ed è stato dalla sua parte per tutto questo tempo, e anche se sono amici, hanno un rapporto professionale, e c’è un intrinseco squilibrio di potere. Ron si prende cura di Jay in un certo senso, ed è ai suoi ordini. Man mano che Jay comincia a comportarsi in modo più spontaneo e imprevedibile, e decide di partire per l’Europa, vediamo che Ron e Liz e le altre persone che circondano Jay nella sua orbita devono mollare quel che stanno facendo per seguirlo. In proporzioni variabili, ogni persona nel film deve rispondere a questa semplice e complessa domanda, come vogliamo trascorrere le nostre vite?”
Parlando degli altri personaggi, il film tesse questo ensemble nel tessuto narrativo in modi che oggi sembrano quasi riportarci alla natura. Trascorriamo veramente del tempo con loro mentre aggiungono alla storia questioni stimolanti e coinvolgenti in modo godibile. Qual è stata l’ispirazione per quel tono?
“Era importante che ogni persona che incontriamo durante il viaggio di Jay evocasse un’intera vita al di fuori del film. Il fatto che avessimo attori meravigliosi e di talento in tutti questi ruoli contribuisce parecchio al raggiungimento dell’obiettivo. Mi piace avere un cast ampio e parecchie parti recitate. Alle volte il dialogo è come la musica. C’è una certa energia negli anni Trenta e Quaranta, nelle commedie screwball che Emily Mortimer, la mia co-autrice, ed io amiamo e che ci danno soddisfazione.
Questi film spesso hanno un ritmo serrato e dialogo sovrapposto, un ensemble accattivante che circonda i personaggi principali, e finisci per amarli tutti. Non ci sono propriamente dei “cattivi” e tutti sono formidabili e divertenti e tutti questi attori erano in grado di fare commedie e film drammatici, e sapevano cantare, sapevano ballare, sapevano fare proprio tutto. Carole Lombard, Katharine Hepburn, Irene Dunne, Jimmy Stewart, Cary Grant. Joel McCrea ne I Dimenticati è uno di quelli che amiamo, e a cui abbiamo pensato molto perché è anche quello un film su un regista cinematografico che deve un po’ affrontare una crisi e intraprendere un’odissea. Trovo questi film infinitamente godibili e sono veramente ben scritti e diretti e allestiti nella maniera migliore. Preparano la strada per molte commedie che sono arrivate successivamente. Anche George ama questi film. E George è una star del cinema senza tempo. Ha un certo non so che, potrebbe essere una star del cinema in qualunque era, e c’è un qualcosa di veramente accattivante in questo. Non volevamo fare un film su Hollywood Adesso. Ora lo è, ma ci interessavano altre cose.”
Intervista con George Clooney
Chi è Jay Kelly?
“Jay Kelly è una star del cinema che si affaccia agli anni del tramonto e deve farsi una ragione del fatto che forse non è stato proprio un grande amico o padre. E’ solo stato veramente bravo ad essere una star del cinema. Quindi, questa è la storia in cui lui deve accettare le altre parti della sua vita, oltre alla parte in cui ha avuto molto successo. In parecchie altre cose, non ha avuto affatto successo.”
Quando Noah ti ha proposto il ruolo, come hai reagito, e cosa ti ha condotto ad accettarlo?
“In primis, Noah è un uomo di talento, con dei doni incredibili. Mi ha mandato il copione e mi ha chiesto, “Ti interessa?” Ancora prima di leggerlo, mi interessava, perché si tratta di Noah. Poi l’ho letto e ho pensato, beh, dovrei sapere come interpretare questa parte, no? Questo personaggio ha molti più rimpianti di quanti ne avrei io, perché, per mia fortuna, la fama è arrivata molto più tardi nella mia vita. Ho dovuto capire come vivere la vita prima di dover capire come essere famoso, e non credo che questo personaggio abbia dovuto farlo. E’ un copione bellissimo. E’ molto divertente, ed è molto toccante, e ho pensato che sarebbe stato divertente da interpretare.”
Come ti ha influenzato l’idea di utilizzare un attore per raccontare una storia sull’identità, e di fare un film in parte sull’industria del cinema?
“Noah ed io abbiamo parlato di come una delle cose che sopportiamo di meno è come i film che parlano di come si fanno i film siano così imprecisi. Quindi, abbiamo lavorato parecchio per assicurarci che stessimo rappresentando quel che facciamo in maniera fedele. Poi ci sono tutte le altre cose che succedono dietro le quinte, e che la gente non vede spesso, anche se le stiamo vedendo sempre di più grazie a cose come i social. Volevamo veramente concentrarci sul raccontare la storia, dando ad ognuno una certa idea dell’essere molto famosi, ma anche del non saper proprio come gestire le cose della vita reale. Ho conosciuto della gente che è diventata famosa molto presto nella vita. A dire la verità, mia zia era una di queste. Era una cantante famosa. Ha recitato in un paio di film, come ad esempio, Bianco Natale. Essendo diventata così famosa a 19 anni, non aveva accumulato abbastanza esperienza del mondo e di conseguenza, non ha gestito molto bene la fama, in particolare quando è andata scemando. Ribadisco, mi sono sempre sentito molto fortunato che ci sia voluto così tanto tempo per me, ma è stata anche un’occasione per imparare a non essere Jay Kelly nella vita reale.”
Questa è la prima volta che lavori con Noah. Come è stata questa esperienza, e, essendo tu stesso un regista, come spiegheresti il suo stile di regia?
“Noah è uno di quei prodigi di sorta. Sa esattamente cosa vuole. E’ un narratore veramente bravo, e mi sono divertito molto sotto la sua regia. Mi piacciono le sue idee, e mi piace che questo film sia diverso per lui in molti modi. E’ un film su scala più larga, da punto di vista cinematografico, sebbene quasi tutte le cose che giriamo siano effetti ottici invece che visivi. Quando vedi queste transizioni verso i ricordi, che passano da un aereo ad un’aula di recitazione, è stato effettivamente costruito un aereo, e un’aula di recitazione costruita sopra di esso. Ho girato un film dal titolo Confessioni di una mente pericolosa in questo modo, quindi posso veramente apprezzare l’idea di avere tutte queste cose in gioco in una ripresa. La sequenza di apertura è un piano sequenza di 10 pagine con 30 attori, ed è veramente entusiasmante. Quindi, dal punto di vista visivo, sarà veramente qualcosa di eccezionale, una vera novità.”
Come è stato lavorare nel film con Adam Sandler?
“Adam ed io siamo amici da circa 25 anni. Mi piace un sacco. Giochiamo a basket insieme, giochiamo a baseball. E’ molto divertente ed ha una bella famiglia. Ma a volte quel che viene passato sotto silenzio con Adam è la sua abilità come attore. A volte è perché fa questi grandi film divertenti, e la gente non pensa richiedano il tipo di talento che in effetti richiedono. Questo è un film che continua a mostrare il suo talento. Ha fatto alcuni film che l’hanno dimostrato nel corso degli anni, ed è sotto gli occhi di tutti, ma viene sempre un po’ liquidato. E per inciso, a lui piace. Gli piace minimizzarlo, per così dire. Ma quel che fa in questo film è straordinario. E’ un gran personaggio. Interpreta la parte del mio manager e deve in un certo senso lavorare sempre al ritmo di Jay. Alle volte è degradante, ed estenuante, e lo interpreta in maniera stupenda.”
Intervista con Adam Sandler
Qual è stata la tua reazione al personaggio di Ron Sukenick, il manager sacrificato di Jay Kelly, quando hai letto il copione? Cosa non vedevi maggiormente l’ora di esplorare per il suo tramite?
“Ero emozionato all’idea di interpretare qualcuno che tenesse ad una persona tanto quanto Ron tiene a Jay Kelly. Il primo istinto di Ron è per qualcun altro. E ho pensato che fosse una grande qualità in una persona. Conosco parecchi Ron. E ho incontrato parecchi Ron in 40 anni di professione. Ho incontrato parecchie belle persone nel mio percorso, che mi hanno aiutato, hanno pensato a me, e hanno messo da parte certe cose nella loro vita per assicurarsi che la mia andasse liscia quando avevo bisogno di loro. Certamente mi sono portato appresso molto vissuto nella parte e ho osservato molta gente agire come Ron nei miei confronti. Questo film non parla solo del mondo dello spettacolo. Jay Kelly parla del lavoro e della vita, e di cosa viene al primo posto. Parla di come metti da parte alcuni dei tuoi obiettivi per accertarti che la tua famiglia sia accudita, messa al primo posto, e mai lasciata sola; che loro siano il primo istinto, e la priorità. Mi sono rapportato a questo. Voglio sempre comportarmi in questo modo. Non sono sempre così, ma mi sento al meglio quando lo sono.”
Questa è la seconda volta che lavori con Noah Baumbach, dopo The Meyerowitz Stories. Cosa ha reso questa seconda collaborazione emozionante per te?
“Noah è un mio grande amico. E’ uno scrittore così capace, un regista così solido, e avere contezza di questo quando ti imbarchi in un progetto è una sensazione meravigliosa e rilassante. Gli voglio un mondo di bene. Adoro la sua famiglia, e la mia famiglia lo adora nello stesso modo. Mi fido di ogni sfaccettatura a cui mi fa pensare: il linguaggio con cui scrive, i pensieri che ha sulla gente e sui personaggi, su quel che fai nel film, cosa funziona, e cosa non funziona. Non è cosa comune nella vita far parte di qualcosa che ti fa dire, “Okay, mi fido letteralmente di ogni singolo istinto che questo tizio mi sta comunicando.””
Beh, parliamo della collaborazione con George Clooney.
“Cloon Man! Ci siamo divertiti un sacco a conoscerci e a tentare di farci ridere a vicenda. Non c’è niente che lui non sappia già. Può parlare letteralmente di qualunque argomento, ed è ben informato di qualcosa cosa tu possa discutere. C’è una persona sola come lui che io abbia conosciuto, e quello è lui, basta. E’ così calmo, divertente, atletico. E’ figo, lo sappiamo tutti. Ma è anche un essere umano molto premuroso e generoso. Un uomo premuroso e generoso con la sua famiglia. E accidenti se non ha accolto la mia famiglia.
E non ha idea del fatto che è una delle persone più divertenti che esistano. Facevamo le nostre scene, e gli facevo i complimenti, gli dicevo quanto fosse meraviglioso, onesto, e divertente. Ma non mi ascoltava mai. Voleva semplicemente parlare di me o di qualcun altro. E non vuole sentire complimenti su se stesso. Faceva, “Okay, basta parlare di me, parliamo di te adesso.” Da attore, il suo primo istinto era di prendersi cura della mia performance, di essere così generoso in merito a quel che stavo facendo, e voleva che io dessi del mio meglio. E non ho mai incontrato nessuno come lui–metteva sempre se stesso al secondo posto. Adoro stare con lui, e amavo guardarlo negli occhi quando facevamo le nostre scene insieme. Lo adoro come essere umano. Sono felice di averlo conosciuto.”
Ron e Jay hanno un rapporto molto specifico. La loro amicizia e lo squilibrio di potere tra loro esistono in questo singolare ambiente del mondo dello spettacolo. Come avete lavorato insieme tu e George Clooney per arrivare al fondo di questa dinamica a tratti vulnerabile?
“Clooney ed io sappiamo entrambi cosa si prova nei panni di Jay Kelly, considerando la sua carriera nell’insieme, le scelte che fa e il dolore che può provocare. Ci siamo entrambi identificati con il tema, dato che sappiamo entrambi cosa si prova a viaggiare per andare a girare un film. La vita intorno a te si interrompe, ed importa solo il film. Scena dopo scena, eravamo entrambi molto consci di quel che è reale. La sua recitazione è più forte che mai, ed era immerso veramente in cose profonde, oneste, strazianti. E avevamo delle scene madri, il tipo di scene che leggi in un copione e ti fanno dire, “Oh, accidenti, non ci credo che l’abbiano scritto.” Dovevamo avere emozioni forti in quelle scene, metterci in relazione, ed avere un vissuto tra di noi. Ed era facile farle con quest’uomo.”
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