Gerda Taro oltre Robert Capa: La ragazza con la Leica
In breve
• La ragazza con la Leica è il film d’apertura del concorso Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.
• Emilia Schüle interpreta Gerda Taro, fotografa antifascista ed esule tedesca morta sul fronte della Guerra civile spagnola.
• Alina Marazzi adatta liberamente il romanzo di Helena Janeczek attraverso materiali d’archivio, fotografie e formati Super 8 e Super 16.
La ragazza con la Leica di Alina Marazzi racconta Gerda Taro, fotografa antifascista, esule e pioniera del fotogiornalismo di guerra. Presentato come film d’apertura di Orizzonti a Venezia 83, intreccia finzione, immagini d’archivio e fotografie per restituire alla protagonista un’identità rimasta a lungo nell’ombra di Robert Capa.
In questo articolo
La ragazza con la Leica compie un gesto di restituzione: separa Gerda Taro dall’etichetta di compagna di Robert Capa e la riporta al centro della propria storia. Alina Marazzi racconta una donna che utilizzò la fotografia come scelta professionale, dichiarazione politica e forma di libertà, costruendo un ritratto nel quale amore, esilio e antifascismo convergono nello stesso bisogno di guardare il mondo in prima persona.
La ragazza con la Leica racconta Gerda Taro
La vicenda si apre a Parigi il 14 luglio 1937. Gerda Taro trascorre con Robert Capa e gli amici l’ultima giornata prima di tornare sul fronte spagnolo. Il presente diventa il punto di partenza di un movimento continuo nella memoria: l’attività politica a Lipsia, l’arresto, la fuga dalla Germania nazista, gli anni difficili dell’esilio parigino e l’incontro con la fotografia.
Il film evita una progressione biografica rigidamente cronologica. La vita di Gerda emerge attraverso ricordi, relazioni e frammenti temporali, seguendo una struttura coerente con la natura stessa della fotografia. Ogni episodio funziona come uno scatto: isola un istante, conserva un gesto e lascia fuori campo una parte della storia.
Marazzi sceglie così di raccontare Gerda attraverso le tracce lasciate negli altri, ma le restituisce anche una voce autonoma. L’obiettivo è trasformare una figura spesso subordinata alla leggenda di Capa in soggetto attivo della propria formazione artistica e politica.
Lipsia, Parigi e il fronte spagnolo
Nata nel 1910 con il nome di Gerta Pohorylle, Gerda cresce in una famiglia ebrea e sviluppa presto una sensibilità socialista e antifascista. A Lipsia frequenta giovani politicamente impegnati e partecipa alle attività di opposizione al nazismo. L’arresto e la crescente persecuzione spingono lei e molti amici a lasciare la Germania.
A Parigi condivide con Ruth Cerf un appartamento precario e una condizione comune a molti rifugiati: pochi mezzi, documenti fragili e un futuro da costruire. Intorno alle due donne si forma una comunità cosmopolita composta da fotografi, intellettuali, militanti ed esuli.
Gerda incontra il fotografo ungherese Endre Ernő Friedmann, destinato a diventare Robert Capa. Fra i due nasce una relazione sentimentale e creativa. Lui le insegna aspetti del mestiere; lei ne comprende il talento, ne sostiene il lavoro e contribuisce alla costruzione di una nuova identità professionale.
La fotografia diventa progressivamente il linguaggio di Gerda. La Guerra civile spagnola le offre il luogo nel quale unire attività politica e pratica giornalistica. Documentare il conflitto significa testimoniare la resistenza repubblicana e prendere posizione contro il fascismo europeo.
Gerda Taro e Robert Capa: un mito fotografico
Uno dei nuclei più affascinanti del film riguarda la nascita del nome Robert Capa. Gerda ed Endre comprendono che due fotografi stranieri ed ebrei incontrano maggiori difficoltà nel mercato editoriale parigino. Inventano quindi la figura di un fotografo americano, misterioso e già affermato, capace di ottenere compensi più alti.
Il nome Capa diventa una strategia commerciale e uno spazio creativo condiviso. Nella prima fase, fotografie realizzate da entrambi vengono distribuite sotto questa identità. La leggenda nasce quindi da un’intuizione comune, anche se nel tempo finirà per coincidere soprattutto con Friedmann.
Gerda assume successivamente il cognome Taro e inizia a rivendicare con maggiore decisione la paternità delle proprie immagini. Lavora come corrispondente per il quotidiano francese Ce Soir e sviluppa uno sguardo riconoscibile sul conflitto spagnolo.
Il film affronta così un tema centrale nella storia culturale del Novecento: la cancellazione dell’autorialità femminile. Restituire le immagini a Taro significa ridefinire anche il racconto su Capa, riconoscendo che parte del mito nacque da un’esperienza condivisa.
La Leica diventa uno strumento di libertà politica
Per Gerda, la macchina fotografica rappresenta una possibilità di presenza. Le consente di entrare nella storia, avvicinarsi agli eventi e produrre una testimonianza destinata a viaggiare oltre il luogo dello scatto.
Le sue immagini della Guerra civile spagnola si concentrano su combattenti, civili e donne coinvolte nella resistenza. Fra le fotografie più conosciute figura quella di una miliziana repubblicana inginocchiata su una spiaggia, con i tacchi ai piedi e una pistola puntata durante un’esercitazione.
Nello scatto convivono determinazione, vulnerabilità e trasformazione sociale. La guerra entra nella vita quotidiana e modifica i ruoli tradizionali, mentre la presenza della fotografa davanti alla combattente stabilisce un dialogo fra due donne che scelgono di occupare spazi storicamente maschili.
La fotografia diventa quindi un atto politico attraverso il punto di vista. Taro decide cosa mostrare, da quale distanza e in quale momento. Il suo impegno nasce dalla convinzione che la resistenza spagnola rappresenti anche una risposta al nazismo dal quale lei e i suoi amici sono fuggiti.
Alina Marazzi mescola finzione e immagini della memoria
Il cinema di Alina Marazzi ha sempre considerato l’archivio come una materia viva. In Un’ora sola ti vorrei la regista ricostruiva la figura della madre attraverso filmati familiari; in Vogliamo anche le rose utilizzava diari, materiali audiovisivi e testimonianze per raccontare l’emancipazione femminile.
La ragazza con la Leica prosegue questa ricerca dentro una produzione narrativa più ampia. Sequenze interpretate dagli attori si alternano a cinegiornali, fotografie, filmati amatoriali e materiali d’epoca. Colore e bianco e nero convivono con immagini girate in Super 8 e Super 16.
La pluralità dei formati rende visibile il lavoro della memoria. Il passato appare attraverso consistenze differenti: alcune immagini sono nitide, altre consumate; alcune appartengono alla ricostruzione, altre portano sulla propria superficie il tempo storico.
Marazzi rinuncia alla continuità visiva per cercare una continuità emotiva. Il montaggio di Ilaria Fraioli collega volti, gesti e situazioni, mentre la fotografia di Manuel Alberto Claro crea un dialogo fra materiale contemporaneo e repertorio.
Emilia Schüle restituisce la vitalità di Gerda Taro
Emilia Schüle interpreta Gerda come una donna curiosa, seduttiva e profondamente determinata. La sua energia impedisce al personaggio di trasformarsi in una figura celebrativa o in un semplice simbolo del sacrificio antifascista.
La protagonista ama essere osservata e, nello stesso tempo, vuole controllare il proprio sguardo sul mondo. Vive relazioni sentimentali senza rinunciare all’indipendenza e rifiuta di ridurre la propria identità alla coppia formata con Capa.
Gerda può apparire ironica e leggera fra gli amici, ostinata nel confronto politico e concentrata davanti alla violenza della guerra. Questa molteplicità restituisce una donna ancora in formazione, spinta dalla sensazione che la storia stia accelerando intorno a lei.
Aaron Altaras sottrae Robert Capa alla monumentalità
Aaron Altaras interpreta Robert Capa prima che la fama ne cristallizzi l’immagine. Il suo André Friedmann è un giovane fotografo ungherese disordinato, carismatico e ancora alla ricerca di un’identità professionale.
Il rapporto con Gerda nasce da una forte attrazione, ma possiede anche una dimensione intellettuale e lavorativa. I due si influenzano, costruiscono strategie comuni e condividono il rischio del fronte. Il film cerca di recuperare questa reciprocità prima che il successo e la memoria pubblica producano una gerarchia fra le loro figure.
Altaras rende Capa affascinante senza trasformarlo nell’unico centro del racconto. La leggenda rimane sullo sfondo; in primo piano appare un uomo che riconosce il talento e l’indipendenza della donna amata, anche quando non riesce a trattenerla.
Gli amici raccontano una generazione europea in esilio
Il film allarga progressivamente lo sguardo alla comunità di amici che circonda Gerda. Luna Wedler interpreta Ruth Cerf, compagna dell’esilio parigino; Lucas Englander è Georg Kuritzkes, legato alla prima formazione politica della protagonista; Thomas Schubert veste i panni di Willy Chardack.
Sebastian Schneider interpreta Csiki Weisz, mentre Idan Weiss è il fotografo David “Chim” Seymour. Nel gruppo compaiono inoltre Lilo e Fred Stein, Ted Allan e Bertolt Brecht, interpretato da Joel Basman.
La coralità restituisce il clima della Parigi degli anni Trenta: giovani provenienti da Paesi diversi condividono precarietà, idee politiche, desideri e paura. Sono esuli, ma si percepiscono anche come parte di un movimento capace di intervenire sul corso della storia.
Il romanzo di Helena Janeczek diventa un racconto per immagini
La sceneggiatura di Alina Marazzi e Valia Santella è liberamente ispirata al romanzo La ragazza con la Leica di Helena Janeczek, vincitore del Premio Strega nel 2018.
Il libro ricostruisce Gerda attraverso le persone che l’hanno conosciuta. Amici, amanti e compagni d’esilio conservano versioni differenti della stessa donna, componendo un’identità impossibile da ridurre a una biografia lineare.
Il film mantiene la frammentazione temporale e la dimensione corale, ma trasferisce il lavoro della memoria dentro il montaggio audiovisivo. Fotografie e filmati d’archivio possono mostrare i veri volti, mentre gli attori occupano gli spazi lasciati vuoti dalla documentazione.
La libertà dell’adattamento permette a Marazzi di proseguire la propria ricerca sulla soggettività femminile. Gerda viene raccontata attraverso la storia, ma anche attraverso la materia delle immagini che ha prodotto e di quelle che la ritraggono.
La morte sul fronte
Gerda Taro morì il 26 luglio 1937 durante la battaglia di Brunete, pochi giorni prima di compiere ventisette anni. Venne travolta accidentalmente da un mezzo militare mentre seguiva la ritirata delle forze repubblicane.
Il suo funerale a Parigi si trasformò in una grande manifestazione antifascista. Nel tempo, tuttavia, il suo lavoro rimase parzialmente nascosto dalla fama raggiunta da Robert Capa e dalla difficoltà di attribuire con certezza alcune fotografie inizialmente diffuse sotto il nome condiviso.
La ragazza con la Leica evita di definire Gerda soltanto attraverso la morte. La tragedia rimane inscritta nel racconto, ma la regista privilegia il desiderio di vivere, amare, lavorare e partecipare alla storia. Questa scelta sottrae il personaggio alla retorica della martire. Gerda viene ricordata per il proprio sguardo e per la decisione di metterlo in gioco, anche nei luoghi in cui osservare comportava un rischio estremo.
La recensione di La ragazza con la Leica
Il film trova la propria qualità più riconoscibile nella forma. Alina Marazzi costruisce una biografia impressionista, nella quale l’archivio non svolge una funzione illustrativa: interrompe, contraddice e amplia la finzione.
Il montaggio restituisce l’urgenza della protagonista e crea un movimento costante fra storia individuale e trauma europeo. La fotografia viene analizzata come opera e utilizzata come struttura narrativa: frammenta il tempo, conserva l’assenza e obbliga lo spettatore a interrogarsi su chi si trovi dietro l’obiettivo.
Emilia Schüle sostiene il film con una presenza luminosa e inquieta. La sua Gerda possiede carisma, ironia e una capacità quasi fisica di trascinare gli altri. Aaron Altaras costruisce con lei una relazione credibile, fondata su attrazione, rivalità creativa e complicità.
La struttura corale rappresenta anche il punto più delicato. La quantità di amici, amanti, fotografi e militanti attraversati dal racconto offre la misura di una generazione, ma alcune figure restano appena accennate. Il lungometraggio concentra in 118 minuti un materiale che avrebbe potuto sostenere una narrazione seriale più ampia.
La frammentazione richiede inoltre attenzione allo spettatore. Il film procede per associazioni e ritorni, privilegiando la memoria rispetto alla spiegazione. È una scelta coerente con il linguaggio di Marazzi e con il romanzo di Janeczek, anche se può rendere meno immediati alcuni passaggi storici.
La ragazza con la Leica riesce soprattutto quando osserva Gerda Taro attraverso le immagini. Alina Marazzi evita il biopic celebrativo e cerca una forma capace di accogliere contraddizioni. Gerda è militante e seduttrice, innamorata e indipendente, fotografa e protagonista delle fotografie altrui. La sua identità cambia continuamente posizione rispetto all’obiettivo.
Il risultato è un film politico nella sostanza e sensoriale nella costruzione. La guerra entra attraverso immagini, rumori e materiali documentari; la libertà emerge invece nella vitalità con cui Gerda attraversa relazioni, confini e convenzioni.
Riportare oggi la fotografa al centro significa anche interrogare la responsabilità di chi documenta i conflitti. La sua Leica registra la violenza, ma dichiara contemporaneamente da quale parte dello scontro si colloca il suo sguardo.
La distribuzione nelle sale italiane è affidata a BIM Distribuzione.
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