Marco Rambaldi autunno inverno 2026: sacro e grottesco, uncinetto e pelle per un nuovo “classico”
L’autunno inverno 2026 di Marco Rambaldi parte da un’idea precisa: il classico non è un museo, ma una memoria che continua a parlare, soprattutto quando il presente distrae da ciò che conta. Il gesto fondante è l’abbraccio, letto come cura e come scandalo storico del valzer, quando il contatto diventa libertà e desiderio condiviso. Tra Pasolini e Fantozzi, sacro e grottesco convivono: l’uniforme borghese e la divisa d’ufficio vengono smontate con interventi minimi ma radicali.
C’è un rumore di fondo che torna quando tutto sembra volerci spostare altrove: immagini e gesti che resistono e continuano a dire qualcosa. È da qui che Marco Rambaldi costruisce il suo autunno inverno 2026, facendo del “classico” una materia mobile, plasmabile, capace di riemergere nei momenti di crisi. Non un elenco di regole, ma un archivio condiviso di emozioni italiane: sacre e ridicole, tenere e reali, contemporanee proprio perché già viste, già vissute.
L’abbraccio e il valzer come atto radicale
Il primo atto non è un capo, ma un gesto: l’abbraccio. Marco Rambaldi lo lega alla promessa fisica del valzer, quando stringersi era “troppo” per l’etichetta e proprio per questo irresistibile. In quel giro ravvicinato, il corpo diventa linguaggio: contatto come libertà, poi come desiderio che smette di chiedere scusa. La sfilata si apre su questa rotazione intima e esposta, come se la moda potesse riportare al centro ciò che resta essenziale: la relazione.
Pasolini e Fantozzi: sacro e grottesco nello stesso guardaroba
L’autunno inverno 2026 vive nella tensione tra due poli che, messi insieme, raccontano molto dell’Italia: da un lato Pasolini e Teorema, con il sacro che irrompe nel quotidiano borghese e il corpo come rivelazione; dall’altro Paolo Villaggio e Fantozzi, dove il tragico affiora nel ridicolo e la mediocrità diventa un sentimento collettivo. Rambaldi non sceglie: fa convivere. E in questa convivenza, l’uniforme borghese può diventare feticcio, la divisa d’ufficio può assumere un’aura quasi liturgica.
La sartoria “a vista” e il sabotaggio che cambia tutto
Il punto non è distruggere la sartoria, ma svelarla. I codici vengono sabotati con interventi piccoli e netti: mostrare la costruzione interna di pantaloni, gonne e giacche significa spostare l’attenzione dall’immagine alla struttura, dal “come appare” al “come è fatto”. È così che nasce un nuovo classico: non immacolato, ma consapevole delle proprie impalcature.
Animalier mascherati e maglieria in versione matrioska
Anche l’animalier viene ripensato: non più cliché, ma fauna multiforme “travestita” da dalmata, l’animale da compagnia più antico, quasi domestico eppure ambiguo. Nella maglieria, invece, Rambaldi gioca con l’idea di “completo perbene” e la profana in due direzioni: il twinset matrioska, dove un secondo twinset trompe-l’oeil si nasconde sotto il cardigan a cuore, e la tuta sportiva, che entra nel lessico del classico proprio perché ne è l’opposto dichiarato.
Uncinetto, centrino e pelle: la materia come archivio
L’uncinetto torna all’unità primaria: il centrino. Lo si ingrandisce fino a renderne visibili i dettagli oppure lo si vela, trasformandolo in una nozione “scandalosa” per quanto intima. La pelle attraversa la collezione come filo coerente: scamosciata e avvolgente, oppure vissuta e protettiva, in continuità con il lavoro condiviso con Lineapelle.
Resistenza: dalla storia di Flora Monti alle forme di oggi
La stratificazione non è solo estetica: è politica e storica. La collezione trova nella Resistenza una chiave di lettura, dalla memoria di Flora Monti, indicata come prima staffetta partigiana italiana, fino alle forme di resistenza che restano necessarie oggi. La storia viene ricodificata, ma non edulcorata: resta ruvida, utile, presente.
Collaborazioni e ritorni: Hispanitas e mela envy
Le calzature, in collaborazione con Hispanitas, lavorano su linee pulite e dettagli materici, con un’idea di femminilità plurale e “emotiva”. In passerella torna anche mela envy con una capsule dedicata: un gesto quotidiano che diventa immaginario, tra gentilezza e cura del dettaglio.
Alla fine, l’autunno inverno 2026 di Marco Rambaldi somiglia a una stanza piena di ricordi che non hanno smesso di parlare: il sacro e il ridicolo, la disciplina e la tenerezza, l’uniforme e l’abbraccio. È un’Italia che non si mette in posa, perché sa già di essere contraddittoria. Ed è proprio lì che Rambaldi trova il suo “classico”: non come verità assoluta, ma come reliquia che continua a cambiare significato ogni volta che la indossiamo.
credit image by Press Office – photo by Loris Patrizi











