Mother: Noomi Rapace nel ritratto inedito di Madre Teresa, la recensione e le interviste
Con il film Mother, Teona Mitevska reinventa la figura di Madre Teresa, affidandola all’intensità di Noomi Rapace. Ambientato nel 1948 a Calcutta, il film segue sette giorni cruciali nella vita di Teresa, sospesa tra la chiamata divina e il desiderio umano di affermarsi. Lontano dai cliché della santa sorridente, la regista mette in scena una donna complessa, ambiziosa e combattuta, capace di incarnare allo stesso tempo autorità e fragilità. Una riflessione potente su fede, potere e libertà femminile.
Un ritratto che sorprende
Con Mother, Teona Mitevska porta sul grande schermo un’immagine di Madre Teresa lontana da ogni stereotipo. Non più soltanto la santa sorridente delle fotografie, ma una donna di 37 anni, nel pieno di un momento decisivo della sua vita. Ambientato nell’agosto del 1948 a Calcutta, il film racconta sette giorni che segneranno il destino di Teresa: il momento in cui lascia le Suore di Loreto per fondare il proprio ordine. Un gesto che intreccia fede, ambizione e il desiderio di libertà femminile.
Accanto alla regia audace di Mitevska, spicca l’interpretazione magnetica di Noomi Rapace, che dà corpo e voce a una Teresa combattuta, complessa e sorprendentemente umana.
La trama: sette giorni per decidere il destino
Teresa, madre superiore delle Suore di Loreto, attende con trepidazione la lettera che le consentirà di lasciare il convento e seguire la chiamata divina fondando una nuova congregazione. Quando tutto sembra ormai deciso, un evento imprevisto la costringe a interrogarsi sulle proprie scelte, sui desideri nascosti e sulla sua fede.
Il film mette in scena un passaggio cruciale, restituendo una figura di Teresa ancora lontana dalla canonizzazione e dal mito globale, ma già capace di incarnare contraddizioni e forza interiore.
Intervista a Teona Mitevska
La sua “Mother” è molto diversa dall’immagine che abbiamo di Madre Teresa: non dolce, non empatica, ma potente. Come è nata questa idea così lontana dai cliché?
«Quindici anni fa ho realizzato un documentario, Teresa and I. Intervistai le ultime quattro sorelle che avevano conosciuto Teresa sin dall’inizio. Seduta a Calcutta, in quell’umido novembre, ascoltando i loro racconti, scoprii una donna fiera, tenera e complessa. Mi colpì la sua audacia. Venendo anch’io da Skopje, sentii un legame immediato. In quel periodo conobbi i film di Sokurov, Moloch e Taurus, e capii che volevo fare lo stesso: mostrare una figura femminile storica nella sua luce più concentrata, nelle sue contraddizioni. Quanti uomini celebriamo nei loro lati migliori e peggiori? Perché non farlo con le donne?»
Il film riflette anche sulla maternità e sul desiderio di libertà.
«Madre Teresa resta una figura controversa. Per questo ho scelto di raccontarla prima che diventasse la santa che conosciamo. Nel film ha 37 anni: è determinata, implacabile, quasi una Robin Hood del suo tempo. Il nostro racconto diventa inevitabilmente una celebrazione di femminilità, maternità e soprattutto sorellanza. Per me, la sua ambizione fu anche un atto politico: chiedere di fondare un ordine senza supervisione maschile era un gesto dirompente.»
La sua Teresa sembra più un generale che una mistica.
«Esatto. Era una donna che faceva scelte concrete, una leader, una comandante. Per me, la santità si misura attraverso le azioni. Il nostro compito era raccontarla senza idealizzazioni, come un essere umano complesso.»
Qual è stato il percorso di preparazione al film?
«Io e mia sorella Labina possediamo registrazioni uniche delle ultime suore che l’hanno conosciuta. Molti dialoghi provengono direttamente da quelle interviste. Ho vissuto in India, toccando con mano gli emarginati e gli ammalati, persino i lebbrosi. È stato un cammino lungo quindici anni, fatto di umiltà e di resistenza. Dirigere in India, con 400 comparse e 300 persone di troupe, è stato un atto di fiducia reciproca.»
In che modo ha lavorato con Noomi Rapace?
«Cercavo un’attrice che avesse l’energia punk che immaginavo in Teresa. Noomi è stata incredibile: fragile e potente allo stesso tempo. Abbiamo lavorato insieme per un anno e mezzo, riscrivendo il copione, discutendo ogni parola. Ricordo la telefonata in cui mi disse, con voce tremante, di avere paura: fu il momento in cui capii che aveva davvero incarnato Teresa.»
Madre, donna, guida: il peso del mito
Il film non teme di affrontare i lati oscuri della futura santa: le rigidità, le contraddizioni, persino le posizioni difficili da accettare oggi, come quella sull’aborto. Ma è proprio in questa scelta che risiede la forza di Mother: mostrare una donna reale, capace di scelte audaci, immersa nelle contraddizioni della sua epoca.
Intervista a Noomi Rapace
Sei abituata a interpretare personaggi forti. Com’è stato lavorare su Teresa?
«È stato un viaggio incredibile. Ho vissuto con Teresa dentro di me per mesi. Verso la fine delle riprese, camminando per le strade di Calcutta di notte, non sapevo più distinguere i miei pensieri dai suoi. Era come se si fosse trasferita dentro di me.»
Come ti sei preparata?
«Ho letto tantissimo, lettere, biografie, sia critiche che celebrative. Ho studiato la Chiesa cattolica, il contesto storico dell’India negli anni Quaranta. Ho persino letto il Corano e la Bibbia, per calarmi nello spirito del tempo. Volevo capire Teresa senza filtri, separando la mia esperienza dalle opinioni altrui.»
Com’è stata la collaborazione con Teona Mitevska?
«Straordinaria. Con Teona abbiamo avuto un rapporto onesto e diretto. Siamo entrambe forti e testarde, ma senza ego. Abbiamo costruito insieme il personaggio, scavando fino all’ultimo giorno di riprese. È stata una delle esperienze più intense della mia carriera.»
Teresa è una figura controversa. Quale lato hai scelto di mostrare?
«Non volevo imitare la santa, ma cercare la donna. Nessuno è solo buono o solo cattivo. Volevo mostrare le contraddizioni, le battaglie interiori, la fragilità dentro la forza. Ho cercato il cuore umano dietro il mito.»
L’interpretazione intesa di Noomi Rapace
Mother è un’opera che non lascia indifferenti. Teona Mitevska firma un film che si inserisce nel dibattito contemporaneo sul ruolo delle donne nella storia e nel potere. Teresa, interpretata da una magnetica Noomi Rapace, non è la figura edulcorata delle agiografie, ma una donna che sceglie, sbaglia, si interroga e costruisce il proprio destino.
Noomi Rapace regala un’interpretazione intensa, capace di unire forza e vulnerabilità: la sua Teresa ha uno sguardo febbrile che nasconde fragilità, una voce che si spezza mentre ordina, un corpo che oscilla tra comando e prostrazione. È grazie a lei che la complessità del personaggio diventa tangibile e dolorosamente vera.
La regia di Mitevska affonda negli spazi, nei silenzi e nei dettagli, trasformando i corridoi del convento e le strade di Calcutta in un campo di battaglia morale. La messa in scena è precisa, carica di simbolismi, eppure priva di retorica: il film non cerca risposte, ma espone domande. Cosa significa essere donna dentro un’istituzione dominata dagli uomini? Quanto spazio c’è per l’ambizione femminile in un mondo che la teme?
Mother non è un biopic agiografico, ma un ritratto interiore che mette a nudo il prezzo della santità. È cinema che divide, provoca, e proprio per questo resta impresso.
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