Oceania, recensione: ogni orizzonte custodisce una memoria

In breve
• Catherine Lagaʻaia offre a Vaiana una presenza luminosa, capace di restituire il desiderio e l’inquietudine di chi sente il richiamo dell’orizzonte.
• Costumi, danze, canoe e saperi del Pacifico danno alla trasposizione la sua identità più autentica e concreta.
• La regia di Thomas Kail custodisce l’emozione del film animato, sebbene una fedeltà eccessiva finisca per frenare l’immaginazione.

Il live action di Oceania diretto da Thomas Kail ritrova la forza del film animato quando affida la storia ai corpi, alle voci e ai saperi del Pacifico. Catherine Lagaʻaia porta sullo schermo una Vaiana luminosa e determinata, mentre Dwayne Johnson sembra finalmente raggiungere il personaggio che aveva ispirato.

Il mare è una memoria che chiede di essere ascoltata

Ogni viaggio comincia molto prima della partenza. Comincia nel momento in cui una voce interiore diventa più forte delle regole ricevute, quando l’orizzonte smette di essere un confine e assume la forma di una domanda. È dentro questa tensione che Oceania ritrova Vaiana: figlia del capo di Motunui, futura guida della propria comunità e ragazza incapace di ignorare il richiamo dell’acqua.

Il passaggio dall’animazione al live action espone il racconto a un rischio evidente. Il film del 2016 possedeva già un’identità compiuta, sostenuta dalla libertà del disegno e da canzoni entrate rapidamente nella memoria collettiva. La nuova versione diretta da Thomas Kail deve quindi dimostrare che offrire un corpo reale a Vaiana significa aggiungere esperienza, peso e presenza alla sua storia, anziché limitarsi a riprodurne le immagini.

La risposta più convincente nasce dalla materia. Le fibre intrecciate, i tapa decorati, il legno delle canoe, le foglie di ti e i corpi coinvolti nelle danze restituiscono al viaggio una consistenza diversa. La rotta di Vaiana continua a raccontare la ricerca della propria identità, ma lo fa attraverso saperi visibili, custoditi nei gesti e negli oggetti. Il mare non rappresenta allora un semplice spazio dell’avventura. È un archivio vivo, una superficie sulla quale generazioni di navigatori hanno scritto la propria storia.

Thomas Kail porta nel cinema il respiro del teatro musicale

Affidare la regia a Thomas Kail significa scegliere un autore abituato a pensare il personaggio attraverso la voce, il movimento e il rapporto con il gruppo. Il suo lavoro teatrale in In the Heights e Hamilton ha mostrato quanto una canzone possa far avanzare l’azione e, nello stesso tempo, rivelare ciò che un personaggio non riesce ancora a dichiarare. È una sensibilità adatta a Vaiana, protagonista sospesa fra il ruolo che la comunità le assegna e la direzione indicata dal desiderio.

Kail individua nel racconto domande che attraversano tutta la sua ricerca: chi siamo nel presente, chi desideriamo diventare, quale responsabilità abbiamo verso la famiglia e la collettività. Letto da questa prospettiva, Oceania conserva la forma della fiaba iniziatica. Diventare sé stessi non coincide con l’abbandono delle proprie radici, significa comprenderle abbastanza profondamente da poterle condurre verso il futuro.

La sceneggiatura di Jared Bush e Dana Ledoux Miller mantiene il percorso conosciuto: la crisi di Motunui, il divieto di superare il reef, l’incontro con Maui e la missione legata al cuore di Te Fiti. La fedeltà rende il racconto immediatamente riconoscibile, sebbene riduca il margine della sorpresa. È il limite strutturale dell’operazione. Quando una storia è ancora così vicina al suo primo film, la reverenza rischia di diventare prudenza. Kail trova una via personale soprattutto nel modo in cui organizza l’esperienza collettiva: il villaggio, il canto e la danza diventano parti di un medesimo organismo narrativo.

Catherine Lagaʻaia dà a Vaiana la grazia dell’inquietudine

Per trovare la protagonista sono state esaminate oltre 32.000 candidature. Catherine Lagaʻaia, attrice australiana di origini samoane, affronta con Oceania il suo primo ruolo principale in un lungometraggio. È una scelta che porta con sé una responsabilità doppia: misurarsi con un personaggio già amatissimo e rappresentare sul grande schermo una giovane donna del Pacifico senza ridurla a figura simbolica.

La preparazione dell’attrice racconta bene il carattere della sua interpretazione. Lagaʻaia ha lavorato sulle canzoni con il fratello Sefa e ha studiato a lungo la sceneggiatura insieme al padre, cercando una Vaiana che potesse appartenerle. Anche il lavoro coreografico rivela una disposizione preziosa: Tiana Nonosina Liufau racconta di aver riconosciuto fin dalle prime prove la sua capacità di osservare, correggere una postura e comprendere il significato di un movimento prima ancora di ricevere un’indicazione.

Questa attenzione rende credibile una protagonista il cui coraggio nasce dall’ascolto. Vaiana non parte perché possiede tutte le risposte, bensì perché accetta l’incertezza. La sua forza risiede nella curiosità, nella disponibilità a imparare e nella capacità di riconoscere una memoria più antica dentro la propria inquietudine. Lagaʻaia porta nel ruolo una grazia vigile: la promessa di un movimento che sta per cominciare.

Il legame dell’attrice con Samoa aggiunge al personaggio una risonanza intima. La giovane interprete entra in un’eredità avviata da Auliʻi Cravalho e la prosegue con strumenti differenti. Alla voce si aggiunge il corpo; al disegno, la presenza fisica di una ragazza che deve imparare a governare una canoa, abitare i costumi e guidare una comunità.

Dwayne Johnson restituisce a Maui la grandezza e la ferita

Dwayne Johnson torna a Maui dopo avergli prestato la voce nell’animazione e aver contribuito come produttore alla nuova versione. Il passaggio davanti alla macchina da presa sembra il compimento di un legame già inscritto nel personaggio. Corporatura monumentale, talento per la teatralità, ironia e bisogno di approvazione appartengono da tempo alla persona scenica dell’attore. Nel semidio, però, assumono una radice più privata.

Johnson riconduce Maui alla figura del nonno materno, il Gran Capo Peter Maivia, del quale ritrova nel personaggio la forza, i tatuaggi e i lunghi capelli. Questo riferimento familiare sottrae l’interpretazione alla dimensione del puro travestimento. Maui diventa il luogo in cui spettacolo e discendenza si incontrano, una creatura smisurata che porta sul corpo il racconto delle proprie origini e nasconde dietro la sicurezza una storia di abbandono.

La sua vanità ha una funzione comica, ma contiene una domanda dolorosa: quanto bisogna diventare grandi per sentirsi degni di essere amati? L’amo magico, le trasformazioni e le imprese leggendarie costruiscono l’immagine pubblica del semidio; il rapporto con Vaiana incrina quella superficie. Lei non gli offre l’adorazione che pretende. Lo costringe a misurarsi con le conseguenze delle proprie azioni e a distinguere il valore dall’applauso.

Il disegno dei costumi rende visibile questa caduta. Nel prologo Maui indossa un’armatura intagliata a mano, decorata con segni che richiamano le sue origini e le forme animali che può assumere. Mille anni più tardi resta il gonnellino di foglie di ti, fragile nella materia e solo apparentemente elementare. Per garantirne la continuità durante le riprese, gli artigiani ne intrecciavano tre ogni giorno. Dietro l’immediatezza dell’immagine emerge così un lavoro paziente, quasi rituale.

Nonna Tala custodisce la parte invisibile del viaggio

Rena Owen affida a Nonna Tala una funzione essenziale: riconoscere Vaiana prima che la ragazza sappia riconoscere sé stessa. Tala conosce il legame della nipote con l’oceano e custodisce la storia rimossa dei navigatori. Non le consegna una risposta pronta. Aspetta che il desiderio maturi fino a diventare responsabilità.

L’attrice, di origini maori ed europee e cresciuta nella Baia delle Isole in Nuova Zelanda, descrive Tala come una donna eccentrica, giocosa e capace di seguire la propria voce interiore. È una definizione che illumina l’intera architettura emotiva del film. La saggezza della nonna non pesa sulla storia come una lezione: agisce come una corrente, discreta e continua, che orienta Vaiana anche quando la sua presenza si allontana.

Intorno a loro, John Tui e Frankie Adams compongono un nucleo familiare attraversato da forme diverse di protezione. Capo Tui teme ciò che si trova oltre il reef e vorrebbe preparare la figlia a guidare Motunui entro limiti conosciuti. Sina comprende invece l’attrazione di Vaiana per il mare, pur condividendo il timore del marito. Il conflitto non oppone libertà e affetto: mostra quanto possa essere difficile proteggere qualcuno senza imprigionarne il futuro.

I costumi trasformano l’identità in una superficie da leggere

Il lavoro di Liz McGregor rappresenta uno dei nuclei più ricchi della produzione. La costumista ha costruito il guardaroba attraverso ricerche svolte all’Auckland Museum, al Te Papa di Wellington e negli archivi tessili di Samoa. Ogni capo nasce dal confronto con materiali, tecniche e significati culturali precisi.

Il tapa, ottenuto dalla corteccia del gelso da carta, diventa una pagina sulla quale raccontare i personaggi. Nei costumi di Vaiana, i motivi riprendono l’impronta lasciata sulla sabbia da un uccello marino sul punto di spiccare il volo. Il desiderio della protagonista è già scritto sui tessuti che indossa. Il rosso, presente nel siapo e negli altri abiti, indica invece la sua appartenenza alla famiglia del capo e il ruolo di taupou. Partire e appartenere convivono così nello stesso costume.

Il bordo della gonna, tessuto a mano dall’artista Rowan Panther, restituisce al personaggio un’unicità che nessuna replica industriale potrebbe produrre. La stessa attenzione riguarda gli abitanti di Motunui. Il reparto ha creato più di duemila capi per il cast principale, gli antenati e oltre duecento comparse provenienti dalle isole del Pacifico. Ogni elemento in tapa possiede decorazioni proprie, come se ciascun abitante portasse con sé una storia precedente al momento in cui entra nell’inquadratura.

È qui che il live action trova la propria ragione più concreta. L’animazione poteva evocare la fibra, il movimento e il colore; il costume reale introduce resistenza, fragilità e peso. Gli attori devono imparare ad abitare quei materiali. Il tessuto modifica il gesto, il gesto definisce il rango, il rango orienta la relazione con gli altri. L’abito diventa drammaturgia.

Motunui nasce da un’idea comunitaria dello spazio

Lo scenografo John Myhre ha costruito Motunui su una superficie di circa quattro ettari nei pressi di Atlanta. Cinque grandi fale, oltre 250 palme da cocco e un complesso sistema d’irrigazione hanno trasformato una fattoria della Georgia in un villaggio ispirato alla vita delle comunità del Pacifico di circa quindici secoli fa. La scala dell’impresa colpisce, ma sono i dettagli a rivelarne il pensiero.

Il numero delle travi, l’altezza dei soffitti, la scelta delle essenze lignee e delle piante indicano il prestigio e la funzione delle famiglie. Le architetture non servono quindi come sfondo neutro. Organizzano la società, suggeriscono gerarchie e rendono leggibile la vita comune. Anche i tapa disposti nelle case, stesi a terra o offerti in dono sono decorati con simboli scelti insieme ad artigiani, tatuatori e consulenti.

Fale e canoe sono stati assemblati attraverso migliaia di metri di legature in fibra di cocco, sotto la guida del maestro tongano Sopolemalama Filipe Tohi. La produzione ha poi affidato allo stesso Tohi una breve presenza davanti alla macchina da presa, mentre insegna a Vaiana l’arte della legatura. È un gesto importante: il sapere artigianale entra nel racconto attraverso la persona che lo possiede e l’atto con cui viene trasmesso.

Le canoe restituiscono al viaggio il peso della realtà

In Oceania navigare significa leggere il cielo, comprendere le correnti e affidarsi a una conoscenza tramandata attraverso l’esperienza. Per tradurre questa dimensione sullo schermo sono state costruite più di trenta canoe in nove stili, con quattro diverse versioni dell’imbarcazione di Vaiana. Le forme combinano riferimenti provenienti da varie culture del Pacifico: una vela può richiamare le Fiji, mentre lo scafo suggerisce una matrice samoana.

Le vele in rafia naturale sono state tinte e composte cucendo a mano piccoli frammenti. La pagaia di Vaiana è stata invece riprogettata sulle proporzioni di Lagaʻaia: la prima versione era troppo pesante, così il reparto ne ha realizzate altre in legno più leggero e in fibra di vetro, adatte alle differenti condizioni di ripresa. Anche l’amo di Maui esisteva in oltre venti varianti, da quella capace di sostenere il peso di Johnson al modello illuminabile dall’interno.

Il cuore di Te Fiti è stato realizzato con la fluorite verde ha offerto il riferimento cromatico e materico, mentre circa 150 versioni hanno permesso di adattarne la tonalità alla luce e alle scene d’azione.

La danza rende visibile ciò che la comunità ricorda

Le coreografie di Tiana Nonosina Liufau, affiancata da Kayla Faʻamaligi, nascono dall’idea che ogni movimento debba raccontare. Mani, sguardi, posture e disposizioni collettive traducono relazioni, ruoli e appartenenze. Liufau, già coinvolta nei film animati, ha seguito le audizioni, le prove e la preparazione delle oltre duecento comparse, oltre a partecipare personalmente alle riprese.

La sua ricerca riunisce movimenti provenienti da isole differenti mantenendone leggibile la provenienza. È una scelta coerente con Motunui, luogo immaginario costruito come punto d’incontro fra diverse culture oceaniche. La danza evita così la funzione ornamentale e diventa una forma di conoscenza: il corpo ricorda ciò che le parole non hanno ancora pronunciato.

Le canzoni indicano una rotta fra eredità e futuro

Le composizioni di Lin-Manuel Miranda, Opetaia Foaʻi e Mark Mancina tornano in versioni nuove, mentre Mancina firma ancora la partitura. Sono brani che appartengono ormai all’identità di Oceania e ne scandiscono le domande fondamentali: il desiderio di partire, la responsabilità verso il proprio popolo, la vanità di Maui e il bisogno di ritrovare una direzione.

La nuova canzone, Along The Way, crea un passaggio particolarmente significativo. Auliʻi Cravalho, voce originale di Vaiana e produttrice esecutiva del film, canta accanto a Catherine Lagaʻaia e Dwayne Johnson. Nella versione italiana, intitolata Qual è la via, il canto è affidato a Elisa Rinaldi, Fabrizio Vidale e Chiara Grispo.

La recensione di GlobeStyles

Oceania trova la propria forza quando il viaggio di Vaiana viene ricondotto alla materia e alla trasmissione dei saperi. Il film conserva la struttura della fiaba conosciuta e accetta il rischio di una fedeltà molto stretta. Questa prudenza protegge l’emozione del racconto, ma rende più difficile la nascita di uno sguardo davvero indipendente.

Il film non sostituisce l’originale e non sembra davvero desiderarlo. Gli si colloca accanto come una nuova esecuzione dello stesso musical, più concreta nella cultura, meno libera nella forma. Il verdetto è positivo, con una riserva sostanziale. Oceania possiede calore, spettacolo e una protagonista da ricordare. Dimostra che un remake può trovare senso quando permette alle persone rappresentate di entrare nell’immagine con la propria presenza. Dimostra anche che la fedeltà, da sola, non equivale a immaginazione.

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Andrea Winter

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Esperto di cinema e serie TV. La sua passione si è consolidata nel corso degli anni grazie a un costante impegno nel seguire da vicino gli sviluppi dell'industria dell'intrattenimento. E' costantemente aggiornato sulle ultime novità del mondo del cinema e delle produzioni televisive.

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