Ritorno a Buenos Aires, recensione: sopravvivere non significa essere liberi

In breve
• Marco Bechis racconta il ritorno in Argentina di un sopravvissuto alla repressione della dittatura militare.
• Adriano Giannini interpreta Mariano Guerra, chiamato a testimoniare contro gli uomini che lo sequestrarono e torturarono.
• Presentato in concorso a Venezia 83, il film arriva nelle sale italiane il 17 settembre 2026 e dura 104 minuti.

Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis accompagna Adriano Giannini nel cuore di un processo contro gli ex militari argentini. Un dramma severo sulla dittatura, la colpa del sopravvissuto e l’impossibilità di separare il presente da ciò che la violenza ha lasciato nei corpi.

Buenos Aires, 2008. Dopo trentatré anni trascorsi in Italia, il medico Mariano Guerra torna in Argentina per deporre nel processo contro alcuni ex militari. L’incontro con gli altri sopravvissuti riporta alla luce una prigionia segnata dalla tortura, dalla coercizione e da compromessi che nessuna sentenza può cancellare.

Esistono ritorni che non riconducono a casa, ma nel punto esatto in cui il tempo si è interrotto. Per Mariano Guerra, attraversare nuovamente Buenos Aires significa entrare in uno spazio nel quale passato e presente hanno smesso di essere distinguibili. Le strade, il tribunale e gli incontri con gli altri sopravvissuti non restituiscono semplicemente dei ricordi: riattivano una condizione fisica e morale rimasta sospesa per oltre trent’anni.

Con Ritorno a Buenos Aires, Marco Bechis affronta ancora una volta la dittatura militare argentina e le sue conseguenze. Lo fa attraverso un protagonista che non può essere collocato facilmente nella posizione rassicurante dell’eroe. Mariano è una vittima, ma la forma assunta dalla sua sopravvivenza lo espone al giudizio degli altri e, soprattutto, al proprio.

Ritorno a Buenos Aires riapre una ferita rimasta nel presente

Il film comincia a Torino nel 2008. Mariano lavora nell’assistenza sanitaria, conduce un’esistenza solitaria e comunica attraverso parole ridotte all’essenziale. Alcuni messaggi provenienti dall’Argentina lo invitano a presentarsi davanti a un tribunale per testimoniare contro gli uomini che, dopo il colpo di Stato del 1976, lo sequestrarono e lo tennero prigioniero.

La decisione di partire non assume il carattere liberatorio del viaggio. Fin dal suo arrivo, Mariano appare come un uomo che attraversa gli spazi con fatica, quasi fosse costretto a negoziare ogni movimento con il proprio corpo. Il processo promette una forma pubblica di giustizia, ma lo obbliga contemporaneamente a tornare nel luogo privato della paura.

Ad attenderlo trova un gruppo di ex detenuti ospitati in una struttura del Ministero della Giustizia. L’attesa della deposizione diventa il tempo principale del racconto: un territorio fatto di silenzi, sguardi trattenuti, riconoscimenti e ostilità mai completamente esplicitate.

Mariano deve affrontare anche il giudizio degli altri sopravvissuti

Il conflitto più doloroso non nasce soltanto dall’incontro con gli ex militari. Gli altri prigionieri guardano Mariano con diffidenza perché, durante la detenzione, il giovane aveva assunto il ruolo di medico interno e intermediario imposto dalle guardie.

La sua posizione contiene una contraddizione difficile da sciogliere. Mariano fu sequestrato, torturato e privato della libertà, ma per restare vivo venne costretto ad agire all’interno del sistema che perseguitava i suoi compagni. Il film entra così nella zona più problematica della sopravvivenza: quella in cui le categorie nette di colpa e innocenza non bastano più a descrivere ciò che è accaduto.

Bechis non trasforma questa ambiguità in un enigma giudiziario. Il suo interesse riguarda il peso lasciato dalla coercizione e la domanda che accompagna Mariano da decenni: quanto controllo può conservare un essere umano quando ogni scelta avviene sotto la minaccia della violenza?

La colpa del sopravvissuto diventa il vero processo

Il tribunale offre al film una struttura istituzionale, ma il processo decisivo si svolge dentro Mariano. Testimoniare significa attribuire nomi, responsabilità e una sequenza agli eventi. Significa anche accettare che il racconto pubblico non potrà contenere integralmente l’esperienza vissuta.

La colpa del sopravvissuto emerge nella distanza fra Mariano e gli altri, nel disagio che accompagna ogni incontro e nella difficoltà di pensare la propria vita come qualcosa di legittimo. Essere rimasto vivo non appare come una vittoria. È una condizione che richiede spiegazioni impossibili, soprattutto davanti a chi ha perduto amici, familiari e compagni.

Il film si avvicina a questo conflitto senza offrire una formula assolutoria. La giustizia può riconoscere i crimini e condannare i responsabili; non può restituire il tempo sottratto né eliminare le domande nate nella prigionia.

Marco Bechis: l’esperienza personale diventa un film

La conoscenza di Marco Bechis della repressione argentina non è soltanto storica. Il regista fu sequestrato il 19 aprile 1977, quando aveva vent’anni, e rimase detenuto per quattro mesi nel centro clandestino Club Atlético. In seguito venne espulso dall’Argentina per motivi politici e si trasferì a Milano.

Mariano Guerra non rappresenta però un alter ego diretto del regista. Bechis parte da una ferita che conosce personalmente per costruire un personaggio autonomo, inserito in circostanze morali differenti. La finzione diventa il mezzo attraverso il quale avvicinare una verità che la semplice ricostruzione autobiografica non potrebbe contenere.

Questo rapporto fra esperienza e invenzione colloca Ritorno a Buenos Aires nella parte più coerente della filmografia dell’autore. Dal film Garage Olimpo al documentario Il rumore della memoria, Bechis ha interrogato le forme della sparizione, la trasmissione del trauma e il modo in cui la Storia continua a intervenire nelle identità individuali.

Garage Olimpo: il luogo della memoria

Una delle sequenze più incisive conduce Mariano ed Evelyn, figlia di un suo ex compagno, nel luogo in cui l’uomo era stato detenuto. Il grande spazio ormai vuoto conserva sul pavimento il perimetro delle celle. Non servono ricostruzioni spettacolari: le tracce sono sufficienti a rendere percepibile ciò che non è più visibile.

Il riferimento a Garage Olimpo, titolo del film diretto da Bechis nel 1999, stabilisce una continuità che supera l’autocitazione. Il centro clandestino diventa una presenza ricorrente, un luogo fisico trasformato dal cinema in archivio della memoria.

Adriano Giannini recita attraverso il corpo

Adriano Giannini costruisce Mariano sottraendo progressivamente la parola. Per buona parte del film il personaggio parla poco, evita di spiegarsi e sembra incapace di occupare pienamente lo spazio. Il volto contratto, il respiro, il sudore e la postura raccontano una memoria diventata reazione fisica.

È un’interpretazione controllata, fondata sull’idea che il trauma non debba necessariamente essere tradotto in confessione. Giannini rende visibile l’energia consumata da Mariano per rimanere presente mentre tutto, intorno a lui, lo riconduce alla prigionia.

Questa scelta produce i momenti migliori del film, soprattutto quando la macchina da presa rimane vicina all’attore e lascia che siano le esitazioni a raccontare il conflitto. In alcuni passaggi, tuttavia, la riduzione del dialogo limita la possibilità di comprendere altre dimensioni del personaggio. La sua opacità è coerente, ma rischia talvolta di diventare distanza.

Eduardo Hoy è il giovane Mariano

Nei flashback, Eduardo Hoy interpreta Mariano durante gli anni della dittatura. Il giovane è inizialmente inserito nell’ambiente della militanza studentesca di sinistra, prima di essere catturato e condotto nel centro di detenzione.

Il passaggio dalla resistenza alla prigionia non viene utilizzato per costruire una biografia eroica. Il ragazzo è sottoposto a un sistema che mira a spezzare identità, solidarietà e capacità di scelta. Il ruolo assegnatogli dai carcerieri diventa parte della tortura, perché trasforma la sopravvivenza in uno strumento di isolamento dagli altri detenuti. Il giovane Mariano mostra il momento in cui la frattura ha origine; quello adulto ne porta le conseguenze senza riuscire a ricomporle.

Le figure femminili custodiscono prospettive differenti sul passato

Ana Celentano interpreta Amalia Mendez, una sopravvissuta con la quale Mariano sviluppa una relazione attraversata dal desiderio, dalla diffidenza e dalla memoria condivisa.

Verónica Gerez è Evelyn, appartenente alla generazione successiva. Il personaggio mostra come le sparizioni e le violenze della dittatura abbiano continuato a modellare anche la vita di chi non era ancora adulto o non era nato quando i crimini venivano commessi.

Olivia Nuss interpreta Muneca, mentre Paula Cohen e Maria Laila Fernandez vestono rispettivamente i ruoli della giudice Desideria Losada e della procuratrice. Attraverso queste presenze il film osserva differenti modi di cercare la verità: l’esperienza personale, la trasmissione familiare e il linguaggio formale della giustizia.

Il tribunale trasforma l’attesa in conflitto

Gran parte del film è ambientata negli spazi consumati del tribunale e della struttura che accoglie i testimoni. Corridoi, stanze e sale d’attesa diventano luoghi nei quali la giustizia appare necessaria ma inevitabilmente lenta.

Bechis utilizza questa sospensione per mettere i personaggi l’uno davanti all’altro. Le deposizioni devono ancora cominciare, ma il confronto fra i sopravvissuti è già in corso. Ognuno porta una versione incompleta degli eventi, costruita attraverso ciò che ha visto, ciò che gli è stato nascosto e ciò che ha dovuto fare per resistere.

Il ritmo contemplativo indebolisce parte della tensione

La coerenza formale del film comporta anche alcuni limiti. La narrazione procede lentamente e non sempre riesce a trasformare l’attesa in autentica tensione. Alcune deviazioni, compresa la linea legata al medico coinvolto nel sistema repressivo, sembrano più costruite rispetto alla precisione psicologica del nucleo principale.

Anche il rapporto fra Mariano e Amalia aggiunge una dimensione affettiva interessante, ma in certi momenti rischia di allontanare l’attenzione dal conflitto morale più originale. Il film appare molto più forte quando rimane accanto a Mariano, agli altri sopravvissuti e alle differenti interpretazioni della sua condotta durante la prigionia.

La parte conclusiva cerca una forma di apertura emotiva: Bechis non cancella il trauma, ma accompagna il protagonista verso una possibilità di convivenza con ciò che è accaduto.

La recensione di GlobeStyles

Ritorno a Buenos Aires è un’opera cupa, rigorosa e profondamente consapevole della storia che racconta. La vicinanza biografica di Bechis al tema garantisce al film una densità che emerge nei dettagli, nei silenzi e nella rappresentazione delle conseguenze della detenzione.

Non tutto possiede la stessa intensità. Il ritmo perde compattezza, alcuni passaggi narrativi appaiono funzionali e il finale prova a ordinare un conflitto che resiste alle conclusioni. Questi limiti non cancellano però la forza della domanda centrale: che cosa significa sopravvivere quando la sopravvivenza stessa è stata utilizzata dai carnefici come strumento di colpa?

Adriano Giannini sostiene questa domanda con un’interpretazione fisica e trattenuta. Il suo Mariano non cerca immediatamente comprensione e non pretende assoluzione. Torna perché la giustizia richiede la sua voce, anche se pronunciare quella testimonianza significa esporsi nuovamente allo sguardo degli altri.

Presentato in concorso all’83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film dialoga con altre opere italiane contemporanee dedicate alla coscienza e alla responsabilità, come Nessun dolore di Gianni Amelio. Ritorno a Buenos Aires arriva nelle sale italiane il 17 settembre 2026, distribuito da Fandango Distribuzione.

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credit image by Press Office – photo by Fabrizio La Palombara / Fandango

Andrea Winter

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Esperto di cinema e serie TV. La sua passione si è consolidata nel corso degli anni grazie a un costante impegno nel seguire da vicino gli sviluppi dell'industria dell'intrattenimento. E' costantemente aggiornato sulle ultime novità del mondo del cinema e delle produzioni televisive.

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