The Smashing Machine: ascesa e caduta di Mark Kerr, la recensione
Lo sceneggiatore-regista Benny Safdie ricostruisce gli anni feroci dell’MMA seguendo Mark Kerr: campione devastante nell’ottagono e, fuori, uomo in guerra con gli antidolorifici, il dolore cronico e un amore travolgente per Dawn Staples-Kerr. Dwayne Johnson ne restituisce potenza e fragilità; Emily Blunt è la partner che lo affronta a viso aperto. Dal circuito minore americano ai colossi del Pride in Giappone, il film alterna clangore di arene e silenzi domestici, riportando alla luce fallimenti, ricadute e ripartenze di un atleta destinato a guardare in faccia la propria vulnerabilità.
Con The Smashing Machine, Benny Safdie firma un ritratto di Mark Kerr che unisce una biografia sportiva ad un melò bruciante. L’opera attinge al documentario del 2002 sul lottatore e a una serie di conversazioni con leggende vere del ring: materiale che Safdie trasforma in un’esperienza sensoriale, fatta di micro-suoni, respiri, corridoi, arene. Il film ha pochissima esposizione verbale: romanziere dell’immagine, il regista sposta il peso su montaggio, suono e recitazione fisica, costruendo un flusso che privilegia l’impatto sulla pelle.
Dwayne Johnson: la potenza incrinata
Dwayne Johnson è il solo attore possibile per incarnare Kerr: massa muscolare e gravità emotiva. Acconciatura rasata e protesi facciali lo spostano verso un realismo quasi documentario; più che imitazione, la sua prova è una traduzione fisica di un’ossessione: vincere, sempre. Quando l’inevitabile accade — la prima sconfitta, lì dove sembrava invincibile — la statua vacilla. Le scene del post-gara non cercano enfasi: lo vediamo arrancare tra i corridoi, discutere con lo sponsor, rientrare nello spogliatoio e crollare in un pianto che toglie l’aria. È il momento in cui l’atleta si fa persona.
Emily Blunt, l’altra metà del ring
Nel ruolo di Dawn Staples-Kerr, Emily Blunt porta ironia, ferite e una presenza magnetica. I loro dialoghi sono round: stoccate, finte, colpi bassi, tattiche psicologiche. La casa diventa un’ottagono alternativo: un cactus potato “male”, foglie dimenticate in piscina, piccole scosse che preannunciano il temporale. Blunt non è semplice spalla: il personaggio resta in piedi di fronte al gigante, lo misura, lo contraddice, lo ama. Ciò che li unisce non è la retorica del sacrificio, ma la consapevolezza di essere due caratteri incandescenti che, per restare insieme, devono imparare a non bruciarsi.
Dal Sud degli USA al Pride in Giappone: nascita di un fenomeno
Safdie ricostruisce gli albori dell’MMA: palazzetti semi-vuoti nel Sud degli Stati Uniti, sudore e neon, cachet strappati a denti stretti. Poi il salto: Pride Fighting Championships a Tokyo, decine di migliaia di spettatori, luci abbaglianti, rituali di presentazione. Il film non indulge nel folclore: registra lo scontro tra due ecosistemi, mercati diversi, regole porose. In mezzo, un atleta che si nutre dell’adrenalina del grande evento e, quando cade, accusa il colpo come un’intera città che all’improvviso spegne l’elettricità.
Suono, ritmo, fisicità: la grammatica di Benny Safdie
La regia di Safdie sposta continuamente l’asse tra pubblico e privato. Le sequenze di gara sono girate come cronaca tesa: corpi che si incastrano, sudore che scivola, microfoni che catturano un colpo al tappeto più di qualsiasi dialogo. Nelle scene domestiche il suono fa la differenza: l’eco di una porta colpita, l’acqua della piscina, i respiri trattenuti. La scelta di lasciare che poche parole guidino molto è coerente con l’idea di raccontare la biografia attraverso un paesaggio acustico: il ritmo è una linea cardiaca.
Il realismo degli interpreti al debutto
Accanto a Johnson e Blunt, Benny Safdie convoca veri combattenti nel ruolo di rivali e colleghi: Ryan Bader (qui nel delicato passaggio da avversario a mentore Mark Coleman), Oleksandr Usyk, Satoshi Ishii, James Moontasril, Paul Cheng, Cyborg Abreu, Andre Tricoteux e Marcus Aurélio. Non sono figuranti: portano gesti, modi di camminare, tempi di reazione. Il corpo racconta molto più di qualsiasi spiegazione. Questo innesto di presenze autentiche aumenta l’effetto di immersione e dà agli scontri sul tappeto una densità tattile.
Dipendenze, ricadute, ripartenze
Il film affronta senza moralismi la dipendenza da antidolorifici: un anestetico che diventa abitudine, un sollievo che si trasforma in catena. L’itinerario di Kerr passa da cestini di medicinali rovesciati a colloqui, da stanze bianche a tentativi di normalità. Anche quando la sobrietà arriva, non tutto si ricompone: irritazioni, controllo, scatti. Safdie non cerca una parabola edificante, ma mostra come la fatica inizi quando si spengono i riflettori. Sullo sfondo, la famosa massima del pugilato — “tutti hanno un piano finché non arriva un pugno in faccia” — diventa una legge generale dell’esistenza.
Scene che restano addosso
Al di là degli highlight sportivi, Safdie sa fermarsi su dettagli rivelatori: il corridoio dopo la sconfitta; l’ascensore condiviso con un cameriere incerto se salire accanto a quel colosso sudato in pantaloncini; la lacrima che rompe l’armatura nello spogliatoio. E poi, nelle quattro mura, le schermaglie con Dawn: non c’è grand-guignol, c’è la crudeltà del quotidiano. Questi momenti, asciutti e incisivi, valgono quanto un KO.
La recensione
The Smashing Machine rimane volutamente concentrato sull’essenza del personaggio e sul contesto della prima età dell’MMA. Non cerca digressioni filosofiche, non spinge verso un melodramma più ampio. Alcune traiettorie (il rapporto con Coleman, il bilanciamento tra amore, amicizia e competizione) restano volutamente sospese: Safdie preferisce l’ambiguità del vissuto alla chiusura netto-simbolica. È una scelta coerente con un racconto che mette il corpo, e non la tesi, al centro.
Benny Safdie orchestra The Smashing Machine come un assolo di percussioni: colpi che rimbombano, pause secche, ripartenze improvvise. Nel ruolo di Mark Kerr, Dwayne Johnson trova una delle sue interpretazioni più scabre: non la mitologia del “gigante buono”, ma l’anatomia di un uomo che ha imparato a sopportare il dolore finché il dolore non lo ha travolto. Il suo sguardo perso nei corridoi post-match è più eloquente di cento frasi motivazionali.
Emily Blunt sposta il baricentro ogni volta che entra in campo: Dawn non è un contraltare funzionale, ma un carattere con memoria, desiderio e rabbia. Le loro scene sembrano round: la regia le tratta come tali, tra silenzi e improvvise accelerazioni.
Benny Safdie evita il santino e anche la pornografia del dolore: racconta gli anni in cui le arti marziali miste erano un territorio borderline e l’uomo Kerr era un intreccio di forza e fratture. Il film conquista quando si affida alla materia dei suoni e dei volti; è meno incisivo quando lascia in sospeso alcune dinamiche affettive. Resta un ritratto intenso, capace di far vibrare la superficie del mito e mostrare ciò che c’è sotto: paura, amore, resistenza.
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