Il mago del Cremlino: dentro i segreti del potere di Putin

Tra intrighi, strategie mediatiche e ambiguità morali, Il mago del Cremlino è un viaggio lucido nel cuore della Russia post-sovietica, tra documentario e finzione, con interpretazioni raffinate e uno sguardo impietoso sul potere.

Russia, primi anni ’90. L’URSS è crollata e il Paese si trova nel caos, pronto a ricostruirsi. In questo scenario si apre Il mago del Cremlino.

In un’epoca in cui i nomi e i volti della politica internazionale sono quotidianamente sotto i riflettori, Olivier Assayas ci offre un film capace di guardare dietro le quinte del potere. In uscita al cinema il 12 febbraio, il film prende le mosse dal romanzo di Giuliano da Empoli e racconta gli anni formativi della carriera di Vladimir Putin attraverso gli occhi di Vadim Baranov, un giovane brillante che diventa il suo braccio destro e “spin doctor”.

Per chi non conoscesse il termine, uno spin doctor è una figura chiave della comunicazione politica: colui che plasma discorsi, gestisce percezioni e costruisce l’immagine pubblica di un leader, cercando di presentare ogni fatto nella luce più favorevole possibile. Nel film, Baranov assume questo ruolo nella Russia post-sovietica, navigando tra caos politico, intrighi e compromessi morali.

Tratto, come anticipato, dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, il film nasce da un’operazione di adattamento tutt’altro che banale: sceneggiatura, adattamento e dialoghi sono firmati dallo stesso Assayas insieme a Emmanuel Carrère, una collaborazione che si sente. Carrère non è solo un nome importante della letteratura francese contemporanea, ma uno scrittore che ha spesso lavorato sul confine tra realtà, racconto e indagine del potere. Il risultato è una narrazione che mantiene un forte impianto verbale e riflessivo, in cui le parole contano quanto le immagini.

La sensazione costante è quella di trovarsi davanti a un docu-film più che ad un film narrativo. Eppure questa impressione di osservare la realtà senza filtri non disturba: anzi, serve a rendere più chiara la narrazione. Nonostante la durata superiore alle 2 ore, la pellicola non annoia mai: è un viaggio indietro nel tempo, necessario per comprendere la complessità del presente politico. Il film si suddivide in tre fasi principali: i giorni esaltanti del dopoguerra sovietico, l’ascesa di Putin e il consolidamento della sua influenza, fino a una tirannia moderna che ricorda in parte il passato sovietico.

Guardare alle origini di quel sistema di potere significa, in fondo, guardare anche alle sue conseguenze attuali. Il film, infatti, lavora molto sulle ambiguità dei suoi personaggi. Baranov non è mai del tutto un eroe né un semplice burattinaio: è un uomo brillante che sceglie di essere complice di un sistema, accettandone i compromessi morali. Accanto a lui, Ksenia (Alicia Vikander) rappresenta l’unico vero elemento di scarto rispetto alla logica del controllo: una figura femminile autonoma, che non si lascia inglobare completamente dal linguaggio del potere e che funziona come controcampo etico alla freddezza strategica del protagonista.

Le interpretazioni sono uno dei punti di forza del film. Paul Dano costruisce un personaggio misurato, trattenuto, capace di rendere inquietante proprio la sua apparente normalità. Jude Law, chiamato a incarnare una figura storica iper-esposta mediaticamente come Putin, evita l’imitazione caricaturale e lavora più sulle posture, sulle esitazioni, su una rigidità emotiva che suggerisce più di quanto mostri. Il cast internazionale, che include anche Jeffrey Wright nel ruolo del narratore, contribuisce a dare al film una dimensione quasi astratta, sospesa tra ricostruzione storica e riflessione universale sul potere.

Ad alimentare l’atmosfera del film hanno contribuito alcune scelte di Assayas, che ha girato principalmente in Lettonia, ricreando Mosca, San Pietroburgo e il Mar Nero, fino al palazzo del Cremlino all’interno di un castello del XVII secolo. Le riprese hanno alternato camere a mano e CinemaScope per differenziare l’energia caotica dei primi anni ’90 dall’imponenza del potere consolidato, mentre l’inserimento di filmati d’archivio ha aiutato a rafforzare l’autenticità storica.

In definitiva, Il mago del Cremlino è un film che non cerca la seduzione immediata, ma propone un’esperienza più fredda e razionale, in cui la politica diventa messa in scena permanente e la manipolazione delle narrazioni emerge come vero campo di battaglia. Non è solo un thriller politico ma un viaggio nel recente passato che serve soprattutto a interrogare il presente, ricordandoci quanto i meccanismi del potere, una volta messi in moto, siano difficili da disinnescare.

Documentario e finzione si intrecciano, storia e interpretazione si fondono, offrendo al pubblico un racconto avvincente, lucido e inquietante della Russia contemporanea.

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credit image by Press Office – photo by Carole Bethuel © 2025 Curiosa Films – Gaumont – France 2 Cinema

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Golosa divoratrice di libri, fumetti, film e serie tv. Credo fermamente in poche cose, una di esse è il potere delle idee. Sono come un virus, cambiano forma adattandosi a chi le ospita e sono altamente contagiose. Anche il più piccolo seme di un'idea può crescere, per creare o per distruggere. Pensate, pensate, pensate.

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