Moschettieri del re film 2018: l’interviste a Giovanni Veronesi e Pierfrancesco Favino

Uscirà nelle sale italiane il 27 dicembre, Moschettieri del re, film che segna il ritorno alla commedia di Giovanni Veronesi con Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea, Rocco Papaleo e Sergio Rubini. Leggi le interviste su Globe Styles

Moschettieri del re film 2018 – Uscirà nelle sale italiane il 27 dicembre, Moschettieri del re, film che segna il ritorno alla commedia di Giovanni Veronesi, sul set con Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea, Rocco Papaleo e Sergio Rubini. Nel cast anche Margherita Buy, Alessandro Haber, Matilde Gioli, Giulia Bevilacqua, Lele Vannoli, con la partecipazione di Valeria Solarino, Roberta Procida e Luis Molteni.

D’Artagnan (Pierfrancesco Favino), Porthos (Valerio Mastandrea), Athos (Rocco Papaleo), Aramis (Sergio Rubini). Oggi sono un allevatore di bestiame con un improbabile accento francese, un castellano lussurioso, un frate indebitato e un locandiere ubriacone, che per amor patrio saranno di nuovo moschettieri. 

Cinici, disillusi e sempre abilissimi con spade e moschetti, saranno richiamati all’avventura dalla Regina Anna (Margherita Buy) per salvare la Francia dalle trame ordite a corte dal perfido Cardinale Mazzarino (Alessandro Haber), con la sua cospiratrice Milady (Giulia Bevilacqua). 

Affiancati nelle loro gesta dall’inscalfibile Servo muto (Lele Vannoli) e da un’esuberante Ancella (Matilde Gioli), i quattro – in sella a destrieri più o meno fedeli – combatteranno per la libertà dei perseguitati Ugonotti e per la salvezza del giovanissimo, parruccato e dissoluto Luigi XIV (Marco Todisco). Muovendosi al confine tra realtà e fantasia, i nostri si spingeranno fino a Suppergiù, provando a portare a termine un’altra incredibile missione. Difficile dire se sarà l’ultima o la penultima.

MOSCHETTIERI DEL RE FILM 2018: INTERVISTA A GIOVANNI VERONESI

Quando ha iniziato a pensare a questo film e che cosa le stava a cuore raccontare?
L’idea risale a tanto tempo fa, volevo girarlo già negli anni ‘80 dirigendo Francesco Nuti, Roberto Benigni, Massimo Troisi e Carlo Verdone. È un progetto che ho portato sempre con me, perché mi è sempre piaciuta l’idea di raccontare i Moschettieri di Dumas come una sorta di supereoi del passato. Finalmente l’anno scorso ho trovato dei produttori di larghe vedute come i dirigenti di Indiana Production e di Vision, che mi hanno lasciato carta bianca per girare esattamente quello che volevo e come volevo e per scritturare nei ruoli principali quattro attori fantastici come Pierfrancesco Favino (D’Artagnan), Valerio Mastandrea (Porthos), Rocco Papaleo (Athos) e Sergio Rubini (Aramis). I protagonisti hanno tutti 55-60 anni e appaiono attempati, arrugginiti, pieni di acciacchi e disillusi ma sono costretti a tornare in sella a un cavallo e a riprendere le armi perché la loro regina Anna d’Austria (Margherita Buy) li richiama a Corte per una missione segreta da intraprendere all’insaputa del perfido e mellifluo cardinale Mazzarino (Alessandro Haber). Il film è ispirato al secondo romanzo di Dumas sui Moschettieri intitolato Venti anni dopo ma non ha l’ambizione di esserne una trasposizione fedele, la vera protagonista del nostro film è la fantasia, come si scoprirà alla fine con un colpo di scena, un capovolgimento di prospettiva che aiuterà a comprendere meglio perché mi interessava portare in scena questa storia e cioè l’opportunità di far riferimento alle problematiche religiose che devastavano l’Europa nel ‘600 e continuano a devastarla in modo diverso oggi. Il ‘600 è stato un secolo piuttosto trascurato dalla storiografia, io per primo ne sapevo molto poco ma sono stato aiutato in modo decisivo nelle ricerche e nella documentazione da un esperto della materia come il professor Nicola Baldoni che poi ha firmato con me la sceneggiatura del film.

Può descrivere meglio quello che si vedrà in scena?
I Moschettieri vengono richiamati in azione dalla Regina Anna per salvare la Francia dalle trame ordite a Corte dal perfido Cardinale Mazzarino (Alessandro Haber) con la sua altrettanto perfida cospiratrice Milady (Giulia Bevilacqua) e si muovono nelle loro nuove avventure come veri e propri agenti segreti, come se fossero una specie di James Bond dell’epoca mossi da amor patrio. Nel corso del racconto riusciremo finalmente a sfatare la leggenda dei cavalieri “spadaccini provetti”: in realtà lo era soltanto D’Artagnan, gli altri tre, invece, erano dei tiratori scelti, appartenevano a un Corpo speciale del Re e venivano mandati in avanscoperta per uccidere, sparando con moschetti a canna lunga sui convogli dei nemici da distanze proibitive. Il film vede i quattro protagonisti in azione mentre preparano la forcella, appoggiano il moschetto e aspettano pazienti il nemico. Durante le lunghe attese e la convivenza forzata, conversano tra loro rinsaldando i loro rapporti e le loro radici. Ormai sono tutti piuttosto in là con gli anni, ognuno di loro è stato richiamato in attività mentre era ormai praticamente in pensione e dedito ad attività completamente diverse: D’Artagnan è uno sgrammaticato allevatore/commerciante di bestiame; Athos è un vecchio nobilastro lussurioso pieno di debiti che vive in un castello; Aramis si è rinchiuso in un convento ed è diventato un abate, Porthos è un “drogato perso” che si è ritirato nella campagna francese e coltiva le erbe che gli permettono di ottenere il laudano, un liquido allucinogeno molto amaro a base di oppio, zafferano e lacrime di coccodrillo…”.

Come prosegue l’impresa?
Va avanti uno step dietro l’altro come se fossimo in un film di Supereroi, i quattro combatteranno per la libertà degli Ugonotti, i protestanti dell’epoca perseguitati e torturati dai potenti di Francia per convertirli a suon di botte e per la salvezza del giovanissimo e dissoluto erede al trono Luigi XIV. Gli Ugonotti erano i commercianti più abili in circolazione, utili e necessari allo Stato perché erano gli unici a pagare le tasse, a differenza dei nobili e del clero e così, anziché essere spinti a lasciare il Paese, venivano convinti ad abbracciare la religione cattolica attraverso le torture decretate da una Chiesa spietatissima e di strateghi sulfurei come Richelieu e il suo erede Mazzarino.

Quali sono le caratteristiche principali dei suoi protagonisti?
Pierfrancesco Favino interpreta un D’Artagnan originale e stranissimo e fa ridere ogni volta che parla perché sfoggia uno speciale accento francese molto buffo e sbaglia a coniugare qualsiasi verbo. Porthos è un tipo completamente smemorato, non ricorda di essere così bravo a tirare con il moschetto e ogni volta gli tocca imparare tutto di nuovo; Aramis è un timorato di Dio, che ha paura del giudizio e dei castighi del Signore ma continua a uccidere… I Moschettieri si chiedono se sia giusto o meno uccidere un uomo a sangue freddo, o torturare qualcuno per estorcergli una confessione e i pareri si dividono: D’Artagnan e Porthos si dicono convinti che un segreto possa essere estorto soltanto con la tortura. Aramis, invece, che ha studiato ed è un uomo di Chiesa molto colto, è convinto che la tortura vada sempre evitata tranne che in casi estremi. Il rapporto che si ricrea tra i quattro amici è molto divertente così come fa molto ridere quello tra la Regina Anna d’Austria (Margherita Buy) e la sua ancella Olimpia (Matilde Gioli), chiamata sempre e comunque “Donzela”. La regina è rimasta da sola a regnare dopo la morte del marito Luigi XIII ed è la madre del futuro Re Sole, Luigi XIV, all’epoca solo 14enne e quindi ancora troppo giovane per regnare ma già rompiscatole e ricco di ambizioni smisurate.

Quanto c’è di simile o di inedito rispetto ai suoi film precedenti? Ha cercato di affrontare temi importanti facendo ridere come era tipico della grande commedia italiana del passato?
Quando ho visto per la prima volta L’Armata Brancaleone non mi sono preoccupato di quale messaggio volesse lanciare Mario Monicelli con i suoi sceneggiatori. Poi però nel tempo, ho capito che ogni film del periodo d’oro della commedia italiana aveva sempre qualcosa da raccontare, un sottotesto o un retrogusto che aiutava a riflettere. Non vorrei però che chi andrà a vedere Moschettieri del Re possa pensare che io abbia voluto parlare del fenomeno delle migrazioni, vorrei che la gente uscisse dal cinema contenta e sorridente. Il film aspira ad avere due caratteristiche principali: la comicità e il romanticismo dei nostri anziani supereroi che hanno perso potere e fascino agli occhi del loro popolo e per riconquistarlo devono ricominciare tutto di nuovo alla loro veneranda età sebbene siano stati e siano delle vere star e questo rappresenta anche in qualche modo una metafora sulla vita e sull’amicizia.

E’ previsto poi un finale che deve restare segreto…
Sì, ci sarà un risvolto particolare che permetterà di capire meglio l’intero racconto e apprezzare di più quello che si sarà visto fino ad allora, il racconto rimetterà in fila tutto nelle caselle giuste con un finale epico degno di questi supereroi malconci e maltrattati da una vita che li ha abbandonati… La Regina, anche lei ormai ultracinquantenne e alcolizzata, per il buon fine della sua missione sente di poter avere fiducia solo nei suoi Moschettieri perché sa che non tradiranno mai la Corona e, pur sapendo che non sarà facile rimetterli insieme, va a riprenderli uno per uno per i capelli. I quattro torneranno così in attività grazie a un personaggio chiamato Cherie (Luis Molteni), una sorta di mister Q dei romanzi di Fleming su James Bond che li attrezzerà con il meglio della tecnologia dell’epoca tra lame nascoste e pistopugnali.

Su quanta creatività avete potuto contare da parte di tutti gli interpreti?
Se ti ritrovi a disposizione un gruppo di attori di livello così alto non puoi fare altro che prendere il copione e rivederlo insieme a loro. Abbiamo provato a lungo prima delle riprese e ogni giornata di lavoro sul set si è sempre rivelata ricca e stimolante: qualche volta ero io a inventare qualcosa sul momento, altre volte erano i vari attori a farlo.

Che cosa ha trovato in ognuno dei suoi interpreti e che cosa ne ha ricevuto?
Non avevo mai lavorato prima con Favino, non ci conoscevamo molto bene ma lui mi ha subito sbalordito per i suoi tempi comici perfetti che nessuno finora aveva valorizzato adeguatamente al cinema. È un comico di razza e quando me ne sono accorto ho pigiato l’acceleratore su questa opportunità puntando a un suo exploit e su molti altri potenziali a sua disposizione (per esempio è un esperto di scherma e sa cavalcare benissimo): ha trascinato dietro di sé con il suo entusiasmo anche gli altri attori molto più pigri di lui che nei mesi precedenti alle riprese si erano sottoposti a un faticoso apprendistato per imparare ad andare a cavallo. Una sorpresa impensabile è arrivata da Rocco Papaleo che non aveva mai avuto una particolare dimestichezza con lo sport e con l’atletica ma si è impegnato con tutte le sue forze e ora va a cavallo al galoppo, combatte fisicamente, dà di scherma… mentre Sergio Rubini oltre alle lezioni di scherma ricevute durante l’Accademia d’arte drammatica aveva cavalcato a lungo in scena una ventina di anni fa, nel film Il viaggio della sposa. Valerio Mastandrea, poi ha rivelato una raffinatezza sorprendente nel dare di scherma se si pensa che ha imparato tutto da zero, nei mesi che hanno preceduto le riprese: sono possibilità che appartengono quasi naturalmente al tuo Dna perché hai visto mille volte i film di Zorro e credi di essere in grado di gestire certi movimenti ma poi quando ti mettono una spada in mano è tutto diverso, devi mantenerla con equilibrio e Valerio, sorprendentemente ci è sembrato subito qualcuno che avesse sempre avuto una spada in mano.

Gli attori hanno familiarizzato facilmente tra loro?
I quattro protagonisti sono diventati subito amici per la pelle, mi hanno quasi escluso dal loro “inner circle”: andavano a cena insieme, al mare insieme, trascorrevano in gruppo anche le domeniche in cui non giravamo, mi piaceva l’idea che fossero davvero coesi e uniti e che, settimana dopo settimana, ogni lunedì mattina li ritrovassi sul set sempre più amici. Strada facendo questo sodalizio si è trasferito anche nella nostra storia – che in un primo tempo non era incentrato sui rapporti personali tra i moschettieri – ma gli interpreti continuavano a darsi di gomito e a rivelarsi in sintonia e così il film si è trasformato in una grande storia di amicizia anche per questo motivo che non avevo previsto.

Margherita Buy è stata al gioco volentieri? La sua Anna d’Austria sembra decisionista ma anche un po’ svagata…
Sì ma lei è una regina di Francia decisionista a cui stanno davvero a cuore le sorti del suo Paese. Prima di girare una sequenza molto impegnativa le avevo chiesto di evitare di far ridere e di essere più seria mentre intimava a Mazzarino di inginocchiarsi davanti a lei dicendogli: “Voi state parlando con la regina di Francia e se a mio figlio verrà tolto un solo capello io vi riterrò responsabile”. Il risultato è stato così perfetto che Alessandro Haber si è spaventato davvero! La sua durezza era così verosimile e alla fine della scena mi ha chiesto preoccupato: “Ma non è che la Buy è veramente arrabbiata con me?” Insomma la possibilità di interagire con dei grandi attori rappresenta un’enorme marcia in più per un regista che si ritrova a poter chiedere loro qualsiasi cosa.

Matilde Gioli, Valeria Solarino e Giulia Bevilacqua invece?
Matilde ha rappresentato per me una bellissima sorpresa, l’ho trovata subito intonata e molto professionale: avevo capito che era in difficoltà nel dovere entrare nella logica di una storia che doveva far ridere perché si era presentata al cinema con un film molto serio, che era Il capitale umano di Paolo Virzì. In seguito, aveva interpretato anche qualche commedia ma probabilmente non aveva mai avuto la possibilità di esprimervi pienamente il suo talento. L’ancella della regina che interpreta era un personaggio particolare, poteva essere una “tinca” oppure molto divertente. Credo di essere riuscito a tirarle fuori delle cose che fanno veramente ridere. Matilde Gioli è riuscita a tenere testa a un’attrice come Margherita Buy che è una massima fuoriclasse della recitazione in Italia e questa per me è una grande conquista che metterà a tacere gli scettici. Penso poi che Valeria Solarino sia cresciuta molto come attrice, in questo film mi sono reso conto che senza saperlo, essendo lei da anni la mia compagna, io in fondo la dirigo tutti i giorni nella vita e lei apprende da me ogni volta qualcosa in più per quello che riguarda la comicità senza che io le indirizzi direttamente i miei punti di vista e le mie considerazioni. Questa volta non c’è stato bisogno di dirigerla perché interpreta un domatore di cavalli che a un certo punto si rivela una donna impegnata a fare il doppio gioco, prestandosi ad aiutare i moschettieri che si fingono Ugonotti a imbarcarsi su alcune navi che devono essere fatte esplodere: ha un bel ruolo però deve tenere testa a quei quattro “bestioni”. Il nostro ormai è un rapporto formidabile, io e Valeria non litighiamo mai e siamo riusciti a non litigare nemmeno su questo set dove potevano esserci continui motivi di litigio e tutto questo è fantastico. Giulia Bevilacqua, infine, a mio parere risulterà molto spiritosa e brillante con la sua Milady, un personaggio di maliarda affascinante, cattiva e spietata, folle e malata di sesso.

Come si è trovato questa volta con Alessandro Haber?
Siamo molto amici, da più di 30 anni e quando lo porto su un mio set riesco sempre a tirargli fuori qualcosa di più. Questa volta lui aveva già intuito come avrei voluto che recitasse il suo cattivissimo cardinale e perfido stratega e non abbiamo avuto difficoltà a capirci: Alessandro è un attore pieno di energia e pericoloso perché se gli dici che c’è un pozzo profondissimo e che sarebbe bello farci un bel tuffo c’è il rischio che lui si butti davvero…

Come definirebbe il suo film?
È un vero “family”, uno di quei film che in Italia non si girano da tempo perché si ha paura di confrontarsi con i filmoni americani che arrivano a Natale, spero che sia destinato a un pubblico variegato e trasversale, ragazzini compresi, perché viaggia su un filo sottile tra realismo, paradosso, fantasia e favola. In corso di realizzazione è anche diventato un film pieno di significati e di romanticismo per cui è possibile che riesca a coinvolgere emotivamente anche le donne, grazie ai sentimenti forti che mette in campo. Nel mio lavoro, forse la cosa che mi riesce meglio è mescolare il sentimento con la comicità: questa volta spero di essere riuscito a realizzare una commedia, che pur nel contesto di una cornice apocalittica di guerra e tragedia possa raccontare la forza che dimostrano certi singoli personaggi che attraversano quei periodi: i nostri protagonisti sono cialtroni, persone che fanno ridere, ma fanno anche tenerezza perché riescono comunque a contrastare le avversità e ad andare avanti.

MOSCHETTIERI DEL RE FILM 2018: INTERVISTA A PIERFRANCESCO FAVINO

Che tipo di relazione si è creata fra lei e Giovanni Veronesi prima e durante le riprese?
Veronesi ama lavorare con gli amici e dirigere persone a cui è legato da tempo. Di tutto il cast io ero l’unico invece con cui non avesse già lavorato. Ho fatto le scuole serali di amicizia per mettermi al pari aiutato dal fatto che quella che rappresentiamo in scena in fondo è la storia di una grande amicizia. In questo, realtà e finzione si sono molto spesso toccate.

Chi è il D’Artagnan che interpreta e che cosa gli succede in scena?
È un bambinone. Di lui mi piace l’animo puro, che convive con un grande talento: è un grande soldato e, anche se nel film non è più in servizio, il talento ce l’ha ancora. È come se Maradona giocasse a calcetto e, anche se si è ritirato, è comunque il più bravo di tutti. Come tutti gli invecchiati o debilitati non sa di esserlo e quindi io non l’ho mai visto così acciaccato. Penso che l’amore per la vita, per le donne, per l’avventura che questo personaggio porta con sé siano meravigliosamente puri e giovani. La cosa più importante che gli accade nella nostra storia, penso sia proprio la possibilità di riaccendere passioni che sembravano essersi spente per sempre.

D’Artagnan appare quasi sempre molto buffo. Che tipo di apporto creativo gli ha dato? È intervenuto anche in fase di sceneggiatura o si fidava del fatto che Veronesi avesse scritto il ruolo direttamente per le sue corde?
Il personaggio aveva già momenti molto divertenti nel copione ma io mi sono divertito a proporre la sua caratterizzazione, il modo in cui lo vedevo, e più formulavo le varie proposte più ci affezionavamo alle scelte fatte. Da lì in poi è stato un crescendo di invenzioni e tentativi. Giovanni si fida dei suoi attori e desidera sempre le loro proposte. In un progetto come questo, così insolito per il nostro cinema di oggi, non si può che entrare con spirito di avventura e divertimento. E poi, non scherziamo, interpretare D’Artagnan è il sogno di qualsiasi bambino con una spada di legno in mano.

Come ha interagito con gli altri interpreti dei ruoli dei moschettieri, c’è stata tra voi un’intesa speciale che vi ha portato anche a creare qualcosa direttamente sul set?
Molte delle cose che sono nel film sono frutto di improvvisazioni nate al momento grazie all’affinità che si è creata subito fra noi attori. Conoscevo già bene sia Valerio Mastandrea che Rocco Papaleo ma tra i tanti regali che questa esperienza mi ha dato c’è stata l’amicizia nata con Sergio Rubini. Così come facevano i nostri personaggi, anche noi attori, strada facendo, ci siamo supportati, appoggiati e sostenuti gli uni con gli altri. Va dato merito a Giovanni però di aver allestito un cast particolarmente ricco e armonico.

Di che tipo di commedia si tratta secondo lei e che cosa potrebbe portare di nuovo nel cinema italiano di oggi?
È sempre difficile definire un film, soprattutto quando ne fai parte. È come descrivere casa tua. Sai l’effetto che fa viverci ma non sai la sensazione che potrà fare a chi viene a farti visita. Io posso dire come mi ci sento dentro: nella casa di questo film ci sono stanze in cui si ride sempre, altre in cui la luce si fa più malinconica; in alcune si respira tenerezza e in altre ancora sudore e battaglia. So per certo che è stata arredata con amore e con cura e che chiunque vi abbia messo piede ha lasciato al suo interno un pezzo importante di sé.

Ricorda qualche momento della lavorazione particolarmente divertente, curioso o impegnativo che porterà con sé più di altri?
Da un punto di vista fisico, questo è stato uno dei film più impegnativi che abbia mai girato anche perché, per non sentirmi debilitato o invecchiato, nelle scene d’azione, cercato di recitare sempre senza controfigura. Fin da qualche mese prima dell’inizio delle riprese mi sono rimesso a cavallo e ho tirato di spada più che potessi con la guida del team Stefanelli e il risultato ora è sullo schermo oltre che in qualche ammaccatura che ancora mi porto addosso. Ferite di guerra che serbo con orgoglio. Solo che, proprio nel momento in cui mi sentivo il più eroico dei moschettieri, dopo aver sostenuto duelli su suoli scoscesi e rondate su tavoli in risse furibonde sono caduto rovinosamente a terra da un’asina ferma. La realtà è subdola a volte e maestra d’umiltà.

credit image by Press Office – photo by Tullio Deorsola