The Ugly Stepsister: la fiaba gotica che ribalta Cenerentola
E se la vera protagonista della fiaba non fosse Cenerentola, ma la sorellastra “cattiva”? Nel film The Ugly Stepsister, Elvira sogna il principe e una vita perfetta, ma per ottenerla è disposta a tutto: dolore, mutilazioni, sacrifici. Nella sua ossessione di essere amata, Elvira diventa il simbolo di una femminilità schiacciata dagli ideali di bellezza. Tra ironia nera e violenza visiva, Emilie Blichfeldt firma un body horror fiabesco che unisce sangue, estetica e critica sociale, portando sullo schermo una storia che trasforma la crudeltà in empatia.
Il dolore come linguaggio del corpo
Con The Ugly Stepsister, la regista Emilie Blichfeldt affronta uno dei tabù più persistenti del nostro tempo: la tirannia della bellezza.
Dopo anni di lavori brevi e sperimentali, l’autrice norvegese esordisce nel lungometraggio con una visione che intreccia fiaba, body horror e critica sociale, restituendo una voce a chi, come la sorellastra Elvira, è sempre rimasto ai margini del mito.
Il film parte da una domanda semplice ma sovversiva: e se la cattiva fosse solo una ragazza che ha sofferto troppo per essere accettata? Il dolore fisico diventa qui il riflesso della pressione estetica e morale. Elvira, interpretata da Lea Myren, non è solo un personaggio tragico, ma un simbolo della lotta interiore che molte donne vivono davanti allo specchio.
Emilie Blichfeldt: la bellezza come orrore
Come spiega la regista Emilie Blichfeldt è un “beauty horror”: un’estetica che nasce dal corpo ferito e dall’idea, tanto antica quanto perversa, che “la bellezza è dolore”. La regista si ispira all’approccio di David Cronenberg, dove la trasformazione fisica diventa metafora delle paure più intime e delle ossessioni sociali. In The Ugly Stepsister, la metamorfosi non è mostruosa: è umana. Il sangue, le mutilazioni e le ferite sono simboli di un sistema che misura il valore delle donne sulla base dell’aspetto.
L’autrice fonde questa prospettiva con la tradizione dei fratelli Grimm, recuperando la versione più oscura della fiaba in cui le sorellastre si tagliano i piedi pur di indossare la scarpetta di vetro. La sua Cenerentola vive in un mondo “fuori dal tempo”, dove il mito incontra la crudeltà del reale. La scelta di ambientare la storia in un indefinito “c’era una volta” restituisce un senso universale, quasi archetipico, che travalica l’epoca e parla direttamente al presente.
L’estetica del fiabesco oscuro
Visivamente, The Ugly Stepsister è un film che abbraccia il fascino delle fiabe dell’Europa orientale tra gli anni ’60 e ’70. La fotografia di Marcel Zyskind adotta una luce naturale, calda e imperfetta, in contrasto con il gelo delle atmosfere gotiche. Le location scelte — il castello di Gołuchów e il monastero cistercense di Lubiąż, in Polonia — amplificano il senso di isolamento e decadenza. Questi luoghi, restaurati con meticolosità, incarnano l’idea di una bellezza corrotta dal tempo, come la protagonista stessa.
La scenografia alterna spazi da sogno a ambienti viscerali, costruendo un equilibrio tra grazia e disgusto. Ogni elemento — dal trucco alla luce, dalle texture dei tessuti agli oggetti di scena — è pensato per rendere tangibile la tensione tra desiderio e sofferenza.
Costumi e corpi: la moda come narrazione
I costumi di Manon Rasmussen, collaboratrice storica di Lars von Trier, diventano estensioni psicologiche dei personaggi. Le silhouette ottocentesche richiamano la nascita della chirurgia estetica, intrecciandosi alle forme classiche delle versioni Disney. La collaborazione con la consulente di moda Lady Amanda Harlech aggiunge un tocco di eleganza decadente: ogni abito riflette la trasformazione di Elvira, passando dal romanticismo al grottesco.
Rasmussen e Blichfeldt trattano la moda come un linguaggio del corpo, capace di raccontare il tormento invisibile dell’apparenza. Le cuciture imperfette, i colori lividi, i tessuti logori suggeriscono che la perfezione è solo una maschera pronta a strapparsi.
La musica: romanticismo e ferocia
La colonna sonora, firmata dal compositore Kaada con contributi originali dell’artista norvegese Vilde Tuv, unisce lirismo e dissonanza. Gli strumenti classici — arpa, timpani, sintetizzatori — evocano il tono delle colonne sonore degli anni ’70, ma con un’anima contemporanea. Le tracce di Tuv, tratte dal suo album Melting Songs, aggiungono ironia e malinconia, offrendo al film una voce femminile complementare. È una musica che non accompagna semplicemente le immagini, ma le trasfigura, oscillando tra romanticismo e orrore.
Lea Myren: il volto della disperazione
Nel ruolo di Elvira, Lea Myren è una rivelazione. La sua interpretazione è fisica, totalizzante, capace di attraversare innocenza, rabbia e follia con autenticità disarmante. Blichfeldt la descrive come “una sorellastra che tutte possiamo riconoscere”: imperfetta, vulnerabile, desiderosa di essere amata. La sua Elvira è la voce di chi non entra nella scarpetta, di chi resta escluso dai canoni e continua a sanguinare per adattarsi.
Essere una sorellastra
Nel cuore del film c’è una riflessione che supera la fiaba: chi decide cosa è bello e cosa no? Blichfeldt ribalta la morale dei Grimm e di Disney, mostrando come la crudeltà verso la “bruttezza” sia una forma di violenza culturale ancora attuale. Nella sua lettura, ogni donna che tenta di conformarsi a standard impossibili diventa una sorellastra, una figura che soffre per l’amore negato e per la pressione sociale.
La regista restituisce dignità a questi personaggi dimenticati, trasformando il mito in una parabola moderna sulla vergogna del corpo e sulla ricerca di accettazione.
Recensione cinematografica
The Ugly Stepsister è un film che lacera e incanta allo stesso tempo. Emilie Blichfeldt costruisce un racconto che mescola crudeltà e compassione, ironia e orrore. Ogni immagine è pensata per ferire e sedurre, per far sentire allo spettatore il peso del corpo come prigione e linguaggio.
Lea Myren regge il film con un’intensità rara: la sua Elvira vive in bilico tra sogno e incubo, tra amore e autodistruzione. La regista non cerca la provocazione gratuita, ma una catarsi collettiva. Guardando Elvira, il pubblico è costretto a riconoscere se stesso: nelle ossessioni, nei giudizi, nei tagli invisibili che ognuno infligge al proprio corpo per sentirsi accettato.
Visivamente raffinato, doloroso e profondamente empatico, The Ugly Stepsister è una delle opere più coraggiose del cinema europeo recente: una fiaba sanguinaria che, dietro l’orrore, nasconde una carezza.
credit image by Press Office – photo by Lukasz Bak & Marcel Zyskind











