Malika Ayane Malifesto: il nuovo album dalle sonorità sofisticate per raccontare le emozioni

Malika Ayane Malifesto: la cantante racconta il nuovo disco, un inno alla riscoperta del valore delle emozioni e della leggerezza.

Malika Ayane Malifesto – Una voce dalle sfumature inconfondibili, quella della cantautrice milanese Malika Ayane, fuori con il nuovo album “Malifesto”: un titolo che gioca con il suo nome e dove si fa portavoce e “manifestatrice” di emozioni, in un inno a riscoprirle e non nasconderle, e viverle senza paura.

Un titolo che, spiega Malika, “nasce perchè trattandosi di una serie di emozioni raccontata attraverso degli istanti, sono istanti quelli che ogni canzone vuole rappresentare. All’interno di ogni istante noi manifestiamo e viviamo un’emozione, quindi il gioco era facile, ‘Malika che manifesta emozioni, Malika che le malifesta’. E’ un gioco di parole carino e adoro giocare con il mio nome, anche per alleggerire, per non prendersi mai troppo sul serio. L’unica cosa su cui per fortuna riesco a non avere incertezze sono i titoli degli album”.

Malika Ayane Malifesto: Ti piaci così, il video

Si tratta del sesto album per Malika – disponibile su tutte le piattaforme con l’etichetta Sugar Music – che arriva dopo l’esperienza sanremese da poco conclusasi e contiene il brano “Ti piaci così” presentato alla manifestazione canora, e in seguito ai dischi Naïf (2015) e Domino (2018), dai quali ha attinto spunti creativi: dal primo il bisogno di raccontare la vita e la visceralità necessaria per vivere gli attimi, e dal secondo quello di osservare. L’intento, “riuscire a raccontare attraverso dieci brani un presente in cui si vive e contemporaneamente si osserva, in cui si può essere nell’attimo e viverlo, e allo stesso tempo guardare e analizzare senza giudicare o farsi prendere troppo da una parte o dall’altra” racconta l’artista.

Il risultato, un album dove convivono le molte Malika del passato e del presente “La Malika di ieri è fondamentale per la Malika di oggi, quando ero più giovane usavo di più l’espressione ‘essere diversamente gli stessi’. Le caratteristiche rimangono immutate nel tempo ma i contesti ci permettono di svilupparci in un modo o in altro. Siamo un sacco di Malike qui dentro, – scherza – e andiamo quasi sempre d’accordo”.

Un album dal respiro internazionale, che con le sue sofisticate sonorità mira a sottolineare l’eleganza vocale e il talento della cantautrice. Una voce che, come lei stessa racconta “è una benedizione. Nascere con un timbro particolare non dipende da te ma dalla natura e dalla fortuna, poi però bisogna imparare ad utilizzarla da un punto di vista tecnico”. E non solo: “Ma soprattutto educare la propria emotività a trasformarsi in suono, perchè poi quello che si canta possa essere credibile, indipendemente dalle parole”. E per comunicare stati d’animo. “La gioia e dolore si sentono in due modi diversi. Sono molto fortunata, ma non smetto mai di lavorare per cercare di utilizzare questo dono nel migliore dei modi”.

Un disco che come i due precedenti, è incentrato sul qui e ora, e sulla questione del presente. Come spiega Malika: “Con la differenza che il presente è decisamente diverso dai precedenti a causa di cosa è successo in questo anno. Per non trattare questo momento storico come soltanto qualcosa da subire ma come condizione temporale inevitabile. Noi affrontiamo questo nostro presente e conduciamo le nostre vite qualunque cosa succeda, quindi il quotidiano si è spostato in una diversa situazione storica e per cui inevitabilmente ci troviamo ad osservare il mondo in una maniera diversa e in qualche modo ad adattare il nostro modo di provare delle emozioni, in questo inizio di ventennio che speriamo sia meno nefasto nel suo prossimo futuro”.

Prodotto con Antonio Filippelli e Daniel Bestonzo, “Malifesto” è stato realizzato completamente in Italia, a Milano, e presenta, pur mantenendo il gusto per la melodia, un’atmosfera diversa dai lavori precedenti che hanno invece visto la luce a Berlino, influenzati dalla scena locale.

La scelta è stata più melodica, con suoni elettronici ma nello stesso tempo molto caldi: un suono principalmente composto da batterie strette registrate con pochissimi microfoni, filtrate nei simulatori di nastri e Vinile e Drum Machine come la Linn o la CR78 che creano il tappeto ritmico. Il basso Hofner è stato utilizzato apposta per creare un disco “bassocentrico”.

Pochissime chitarre elettriche, mentre viene dato più spazio a strumenti acustici a corda come la chitarra classica, l’ukulele, la chitarra acustica e l’AutoHarp. Per i tasti la scelta è caduta su pianoforte verticale, Clavi, Rhodes e synth come Juno 60, Jupiter, il tutto abbracciato da tappeti di Mellotron e Archi. E che si ispira molto alla musica contemporanea francese.

Racconta Malika: “La scelta produttiva prende ispirazione da nomi come Sébastien Tellier e Charlotte Gainsbourg. C’è stata una grande cura nella scelta dei suoni perché fossero pochi, caldi, ma non per questo totalmente analogici. Quando ho pensato alla realizzazione di questo album stavo pensando a un disco che potesse sia essere ascoltato sia in appartamento – che è dove stiamo passando tantissimo tempo – sia in auto, e che quindi non fosse destinato ad essere sentito o troppo di notte o troppo di giorno. Volevo che non fosse troppo limitato ad un preciso momento e contesto della giornata, per cui l’ispirazione primaria viene proprio dalla scuola contemporanea delle produzioni francesi, quindi da Sébastien Tellier che ci insegna all’uso degli archi filtrati, una combinazione in cui possa emergere una certa malinconia molto calda ma anche rassicurante”.

“Ho proposto l’idea ai due produttori – continua – Antonio Filippelli e Daniel Bestonzo, e dopo una ricerca sui riferimenti della scena franco-belga ci siamo messi semplicemente a suonare. Prima abbiamo registrato tutte le canzoni solo con il pianoforte, in modo che la voce potesse essere il centro intorno al quale costruire questo grande senso di calore e di accoglienza, come se proprio ogni strumento scelto potesse essere parte di un nido. Lo strumento principale è il basso, nella fattispecie l’Hofner, suonato con il plettro perchè rappresenta proprio quella voglia di dancefloor però misurata come se fosse un aperitivo con tanta gente nella propria casa. Da lì ogni suono naturalmente, inizia con un campanello e si finisce con i synth scelti proprio da un punto di vista umorale. Averlo registrato nel mese di gennaio sicuramente ha aiutato, perché è un momento in cui il mondo sembra fermarsi e si può decidere come disegnarlo, differentemente da quando si fa un disco in primavera o in autunno quando invece secondo me è molto marcato il contesto temporale”.

Una produzione estremamente curata e un suono quindi di grande ricerca, e che intende essere sofisticato, senza per questo avere timori sull’accoglienza del pubblico, come da convinzione dell’artista. “In questi anni la lezione più bella che ho imparato è non ci sono più regole di nessun tipo, non esiste una ricetta affinché un disco abbia successo. La massima possibilità è quindi fare quello che si sente di fare: quando noi finiremo dischi rimarranno, quindi fare qualcosa di cui non ci si pentirà in futuro è – anche nella vita in realtà – la prima cosa. Non temo possa suonare troppo sofisticato: sarebbe sbagliato, antimusicale cercare di seguire l’attualità perché cambia continuamente. Cercare di essere il più autentici e onesti possibile quando si fa un lavoro come un’opera artistico-musicale è quello che poi permette alle persone di fidarsi e magari di superare quel piccolo scoglio del ‘non è il mio genere’, che è quello poi a cui si punta. Succede da tempo, nel mondo degli artisti musicali che ascolto con piacere: è un ‘mercato’ che ha piccoli numeri, ma seguito in tutto il mondo dagli appassionati di un preciso genere, che raggiunge molte persone ogni parte del globo. Gli artisti mantengono quella coerenza che vogliono avere. Questa è una cosa che già da decenni succede con il metal, il rap, la techno: generi musicali che si muovono nel mondo e che sono molto forti nel proprio settore. Questa diversificazione è molto interessante se ci togliamo dall’idea che debba esserci per forza il primo in classifica per attestare o meno il successo o meno di un lavoro musicale. Quando torneranno i festival sarà bello tornare a vedere che gli ascoltatori di musica poi non sempre corrispondono a quello che fa appunto un successo commerciale ma vivono di ottima salute per un certo punto di vista”.

“Malifesto”, con i suoi dieci brani, è stato scritto e costruito complessivamente, insieme ai produttori, con “tantissime teste meravigliose”: Colapesce e Antonino Di Martino, Pacifico, Leo Pari, Shridhar e Sidh Solanki, Alessandra Flora – già co-autrice da tempo -, Rocco Rampino – con il quale Malika ha realizzato il brano di Sanremo e “Senza arrossire” che conclude disco.

“Peccato Originale” racconta l’amore irrazionale, e prosegue con “Ti piaci così”, brano sul riconoscersi e celebrarsi per essere al mondo. Da “Telefonami”, il sapore malinconico di un amore appeso nonostante il tempo e la distanza, la tracklist continua con il racconto della maturità in “Come sarà” e la celebrazione dell’agire nonostante le avversità in “Per chi ha paura del buio”. Sesto brano del disco è “Mezzanotte” a cui seguono il bisogno di vivere senza sovrastrutture descritto in “A mani nude”, la necessità di splendere raccontata in “Brilla”, il bisogno di sciogliere le catene in “Formidabile” e, infine, la consapevolezza di esserci raccontata in “Senza Arrossire”.

E delle collaborazioni, Malika è entusiasta. Spiega: “Si tratta di un’analisi vissuta di emozioni diverse tanto che la pluralità di scrittura è stata importante per poter avere più punti di vista sulla stessa cosa e quindi più facilmente raccontarli attraverso la mia vocalità e le parole scelte con cura. E’ stato un lavoro di produzione straordinario, perfetto per quello che desideravo, e che ha visto all’opera un gruppo di italiani che può guardare fuori e prendere ispirazione da tutto il mondo senza perdere le proprie radici”.

E senza rimpianti, – continua – “che non servono a niente. Ad esempio in “Come sarà” con Leonardo Pari, che che non riguarda il presente ma una visione matura dell’amore, racconto come cercare di riuscire a stare nel presente indipendentemente da quello che succederà, però cercando di non dare troppa pesantezza alle azioni e tentando di cercare di vivere il meglio possibile. Questo per evitare per forza di doversi o esaltare per una novità oppure bastonare per quanto non sia fatta abbastanza bene. Di cercare di trovare un equilibrio dentro di sé e quindi poi intorno a sè. Nel disco c’è un sentimento di nostalgia ed è interessante: in un brano scritto a otto mani, è bello che quello stesso concetto arrivi da Di Martino e Colapesce in un modo, poi Pacifico e io lo abbiamo portato da un’altra parte, ognuno con il suo linguaggio, ognuno con le sue frasi. Per cui è bello quando quattro persone si trovano a guardare la stessa cosa, diventa una voce corale che poi passa attraverso la mia. Questa secondo me è una delle migliori caratteristiche di questo album, proprio il fatto che ci sia una sorta di sentimento collettivo che quindi passa attraverso di me e in cui riusciamo poi tutti ad immedesimarci più facilmente. Mi sento una portavoce più che una protagonista”.

E proprio delle collaborazioni, spiega: “Io sono una di quelle noiose – scherza – che passa a scrivere canzoni propinando pianoforte e voce per portarle tutte a una sorta di uniformità nella fase di produzione. Anche nel caso di Di Martino e Colapesce abbiamo lavorato in questo modo: mi è arrivato un brano, in questo caso due; uno lo adoravo al punto che non avrei fatto nessuna modifica, solo che era incantabile per me, mentre il secondo brano che poi è diventato “Telefonami” mi è piaciuto molto per scrittura e per contenuto. Quindi parliamo sempre di un lavoro sulla la modernità del brano, era una cosa pop ma non troppo pop, per cui sono intervenuta insieme a Pacifico per riscrivere parte del testo. Diciamo che l’impronta di questo modo leggero che hanno di guardare la musica e la scrittura di una canzone che ‘è pop ma non è pop’ sicuramente questo è stato un intervento ma con Di Martino già avevamo già lavorato su “Dimentica Domani”, già quel tipo di pulce era ben presente nella parte dei miei interessi e mentre “Come sarà” che ho scritto insieme a Leonardo Pari su musica di Shridhar, guarda a noi come essere umani di fronte all’incertezza. Diciamo che come sempre il tema è che l’unica certezza che abbiamo è come stiamo vivendo il presente e per cui il futuro da una parte dipende anche da quello, quindi si tratta del nostro rapporto con l’incertezza: non ci sono certezze di nessun tipo se non della qualità che mettiamo nelle nostre azioni e nel nostro modo di relazionarci, che sia in una relazione sentimentale o anche no, semplicemente anche nei confronti di noi stessi tutto sommato”.

Il disco ha un’atmosfera profondamente legata al mondo del cinema. Spiega Malika: “Per le canzoni, ogni volta che devo realizzare disco, per chi lo produce allego delle immagini. E ho preparato una selezione scene di film, dove c’era molto cinema francese anni ‘60. Questo per dare un senso di passionalità distaccata e che vive dei contesti in cui si trova. C’è una malinconia rarefatta, ed è stato molto bello mettere insieme queste scene per ogni brano”.

Uno spirito che è perfettamente rappresentato da una copertina semplice ma intensa: un ritratto di Malika Ayane in bianco e nero, come se fosse stata colta nel momento del salto verso quella miriade di emozioni e stati d’animo che ha deciso di manifestare attraverso la musica. Racconta la cantautrice: “E stata una cosa abbastanza casuale. L’ho realizzata in studio con il mio amico e fotografo Max Cardelli, il giorno dopo aver finito di registrare l’album. Non avevo ancora pensato a cosa volevo, ma stavo ascoltavo i primi mixaggi iniziavo a vedere la realizzazione del lavoro fatto. Trovo che quella foto, dove sono struccata e spettinata, in movimento, colga intensità del mondo musicale e testuale del disco, e anche la mia anima musicale, in maniera più forte di qualunque altro tipo di immagine.”

Un Malifesto della emozioni, e una fotografia davvero del ‘qui e ora’, ma con positività, nonostante Malika, come tutti, attraversi un periodo storico difficile. “E’ abbastanza complicato – spiega -, ogni giorno, e penso che sia molto comune, attraverso tantissimi stati diversi. il disco, che mi è costato impegno ed entusiasmo, mi ha permesso di staccarmi da una realtà fatta di navigazione a vista, di incertezza. A volte mi sento fragilissima, piccolissima, poi mi ricordo che, senza sentirmi un supereroe, ho una responsabilità verso mia figlia, verso la mia famiglia, ma anche verso le persone che mi vedono, di dover dare dei messaggi di ottimismo. Io sono un’ottimista per natura, però per forza penso che la mia posizione di umano prima che ancora di artista sia quella di doversi tenere insieme perchè chi mi guarda a sua volta sia portato a cercare di tenersi insieme e cercare di essere il più possibile un esempio positivo. Attraverso momenti difficili come tutti, e trovo anche che sia molto importante dire che ci sono questi momenti difficili. Dire che ogni tanto ci si sente smarriti è giusto perchè qualcun altro non si sentirà sbagliato rispetto a questo”.

Un periodo non facile che però le ha permesso un nuovo passo in avanti nel suo percorso, umano e professionale. “Ho guadagnato in consapevolezza. Negli ultimi anni stavo diventano troppo scientifica nella ricerca suoni e nell’ approccio per realizzare un album. “Domino” è un lavoro di equilibri, quasi di chimica, dove la voce viene trattata all’interno degli altri strumenti come se fosse una di loro. Ho guadagnato il riscoprire l’essenzialità, per portare il pubblico a scoprire la mia voce perdendo qualche paranoia di troppo, che ho ben disseminato lungo la strada finalmente”.

E anche se, da mamma, ha un po’ di preoccupazione per il presente delle nuove generazioni, con una figlia adolescente che “è entrata nella fase in cui si inizia ad esplorare il proprio malessere e la propria sofferenza” per cui le dispiace che, visto il momento storico “perda parte della possibilità del confronto con i proprio simili in come si vince questo senso di malinconia e di inadeguatezza”, affronta il presente con una buona dose di positività. “E’ un lavoro che si impara a fare nel tempo, è una scelta. Un atteggiamento ottimistico senza essere troppo ingenui e giulivi. Se ognuno di noi somma il dolore e le delusioni provate, si accorge che il bilancio può anche essere negativo. Ma sappiamo che non serve crogiolarsi nel dolore. Facciamo scelte, e ogni scelta posiiva implica delle reazioni in quella direzione, e le conseguenze che porta sono altrettanto positive: bisogna contagiarsi, come con gli sbadigli o la risata”.

Un’ottimismo con cui certo guarda al futuro dei live e dei concerti, con la speranza di tornare presto sul palco: “Spero come tutti che si possa tornare a suonare dal vivo al più presto, naturalmente però dando la priorità alla sicurezza. Il patentino vaccinale per un discorso di facilità espatrio? Perchè no, anche per la partecipazione ad eventi collettivi che ora purtroppo sono può essere una soluzione. Ogni idea che serva ad accelerare i tempi per me è benedetta, purchè nel rispetto della salute e dell’etica delle persone”.