Sorry we missed you: intervista a Ken Loach

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Torna al cinema Ken Loach con il nuovo film Sorry we missed you, che ci racconta la storia di Ricky e della sua famiglia che combattono contro i debiti dopo il crack finanziario del 2008. Leggi l’intervista al regista su Globe Styles

Torna al cinema Ken Loach con il nuovo film Sorry we missed you, che ci porta a Newcastle e ci racconta la storia di Ricky e della sua famiglia che combattono contro i debiti dopo il crack finanziario del 2008.

Una nuova opportunità appare all’orizzonte grazie a un furgone nuovo che offre a Ricky la possibilità di lavorare come corriere per una ditta in franchise. Si tratta di un lavoro duro, ma quello della moglie come badante non è da meno. L’unità familiare è forte ma quando entrambi prendono strade diverse tutto sembra andare verso un inevitabile punto di rottura.

Sorry we missed you: intervista a Ken Loach

Come è nata l’idea di Sorry We Missed You?
“Quando abbiamo finito Io, Daniel Blake, ho pensato “Chissà, forse questo è il mio ultimo film”. Ma quando eravamo andati ai banchi alimentari per svolgere le nostre ricerche per quel film, ci eravamo resi conto che molte delle persone che li frequentavano avevano un impiego, part time o con contratti a zero ore. È un nuovo tipo di sfruttamento. La cosiddetta gig economy (il modello economico basato sul lavoro accessorio), i lavoratori autonomi o a chiamata dalle agenzie, la precarietà dell’impiego, sono temi che hanno continuato a caratterizzare le ininterrotte conversazioni quotidiane tra Paul [Laverty] e me. E pian piano è emersa l’idea che forse valeva la pena di fare un altro film, non esattamente complementare a Io, Daniel Blake, ma comunque legato al primo.”

Avete pensato ai due aspetti della storia fin dall’inizio?
“No, penso che nella mente di Paul si siano via via precisate le conseguenze che il livello di sfruttamento del singolo lavoratore genera nella sua vita famigliare e come queste si riflettano nei suoi rapporti personali. La borghesia parla di conciliare vita professionale e vita privata, la classe operaia è costretta a far fronte alle necessità.”

È un problema nuovo o un problema antico in una veste diversa?
“È nuovo solo nel senso che viene utilizzata la tecnologia moderna. La tecnologia più sofisticata è nel veicolo dell’autista, detta i percorsi, consente al cliente di sapere esattamente dove si trova la spedizione che ha ordinato e il suo presunto orario di consegna. Se ha pagato un extra per l’orario della consegna, la merce deve arrivargli entro quell’ora. Il consumatore se ne sta seduto a casa a seguire il veicolo in tutto il quartiere. È un dispositivo straordinariamente sofisticato con segnali che rimbalzano da un satellite chissà dove. Il risultato è che una persona si ammazza all’interno di un furgone, andando da un punto all’altro, di strada in strada, correndo per soddisfare le esigenze imposte da questi strumenti. La tecnologia è nuova, ma lo sfruttamento è vecchio come il mondo.”

Come vi siete documentati per preparare il film?
“Paul ha svolto la maggior parte delle ricerche e in seguito abbiamo incontrato insieme alcune persone. Spesso gli autisti erano reticenti a parlare, non volendo correre il rischio di perdere il lavoro. È stato estremamente difficile entrare nei magazzini. Un uomo molto disponibile, responsabile di un deposito non lontano dal luogo dove abbiamo girato, ci ha dato indicazioni molto precise su come allestire il nostro magazzino. Gli autisti del film sono quasi tutti autisti o ex autisti nella vita. Quando abbiamo girato quelle scene, sapevano come fare. Conoscevano il processo, il suo funzionamento e le pressioni esercitate per eseguirlo in tempi rapidi.”

Cosa vi ha colpito di più durante le ricerche?
“L’aspetto più sorprendente è il numero di ore che le persone devono lavorare per guadagnarsi decentemente da vivere e anche la precarietà del loro lavoro. Lavorano in proprio e, in teoria, sono affari loro, ma se qualcosa gira storto tutti i rischi ricadono su di loro. Ed è molto facile che ci sia un problema con il furgone e se non si presentano per svolgere il servizio subiscono sanzioni equivalenti a quelle di Daniel Blake. A quel punto possono perdere parecchi soldi molto rapidamente. Per quanto riguarda gli assistenti domiciliari come Abby, possono stare in giro per le loro visite anche dodici ore, ma vengono pagati solo sei o sette ore al minimo della paga.”

Ci presenti i personaggi di Sorry We Missed You
“Abby è una brava madre e vive un buon matrimonio – lei e Ricky sono amici, tra loro c’è affetto e fiducia reciproci e cercano di essere dei bravi genitori. Il problema di Abby è cercare di prendersi cura dei suoi figli come vorrebbe: lavora così tante ore che spesso non è in casa e per la maggior parte del tempo è costretta a dare loro istruzioni al telefono. Ovviamente questo tende a creare difficoltà perché i ragazzi sono ragazzi e lei torna a casa la sera tardi. Dipende dagli autobus, che non passano molto frequentemente, quindi perde molto tempo ad aspettarli alle fermate.”

Chi è il suo datore di lavoro? Da dove viene la pressione a cui è sottoposta?
“Il suo datore di lavoro è un’agenzia. Il lavoro degli assistenti domiciliari viene appaltato dai comuni ad agenzie esterne o a case di cura private che ottengono i contratti perché praticano prezzi bassi. Le autorità chiudono un occhio sul fatto che le tariffe scontate si basano sullo sfruttamento delle persone che svolgono il lavoro. È molto più difficile per le persone che lavorano a servizio di una struttura sanitaria privata organizzarsi in un sindacato rispetto a quelle che lavorano per gli enti sanitari pubblici e hanno un contratto regolare.”

Chi è Ricky?
“Ricky è uno stacanovista, per sua stessa definizione. È stato un operaio edile, probabilmente ha praticato per qualche tempo un mestiere, facendo l’idraulico o il falegname. Se la cavava piuttosto bene, e i coniugi avevano risparmiato abbastanza da potersi permettere un deposito di garanzia per l’acquisto di una casa. Ma questo ha coinciso con il crollo delle banche e degli istituti di credito immobiliare che ha impedito a persone come Ricky e Abby di sottoscrivere un mutuo. Ci sono state ripercussioni nel settore edilizio, Ricky ha perso il lavoro e da allora è passato da un lavoretto saltuario all’altro. Sa fare qualsiasi cosa. Quando lo incontriamo, Ricky decide di lavorare come autista-fattorino, un mestiere in cui sembra possibile fare un sacco di soldi. La famiglia vive ancora in una casa in affitto, i due adulti non guadagnano abbastanza per saldare i propri debiti, sono diversi anni che vivono alla giornata, quindi questa è l’occasione di lavorare come dannati per due o tre anni, mettere insieme la somma necessaria al deposito per acquistare una casa e poi poter vivere di nuovo una vita normale. Questo è il suo piano. È un uomo molto simpatico, con cui è facile andare d’accordo, ed essendo originario di Manchester, è un tifoso del Manchester United. È determinato ad avere successo nel suo nuovo lavoro. Le persone nella posizione di Ricky devono sfruttarsi da sole, non hanno bisogno di un caposquadra che schiocchi la frusta. Devono darsi anima e corpo fino allo sfinimento per guadagnare un reddito accettabile: la situazione ideale per un imprenditore.”

Come è composta la famiglia di Abby e Ricky?
“Hanno due figli. Seb ha 16 anni e nessun genitore in casa a tenerlo d’occhio. Sta deragliando. Possiede un talento artistico e creativo di cui nessuno si rende conto. Quello che sanno i genitori è che marina la scuola e si sta cacciano nei guai. Tra padre e figlio volano scintille. Ricky è un po’ della vecchia scuola – si limita a dire a Seb quello che deve fare e si aspetta che lui lo faccia e ovviamente Seb non lo fa. Lo scontro diventa inevitabile. E poi c’è Liza Jane. È una ragazzina molto sveglia. Svolge il ruolo di paciere in famiglia, con il suo strambo senso dell’umorismo e ha i capelli rossi come suo padre. Vuole solo che tutti siano felici. Cerca di mantenere unita la famiglia quando le tensioni esplodono in tutte le direzioni.”

Come si sono svolte le riprese a Newcastle?
“Come sempre abbiamo girato in ordine cronologico. Gli attori non sapevano come sarebbe andata a finire la storia. Ogni episodio era una scoperta per loro. Abbiamo fatto provare la famiglia prima dell’inizio delle riprese in modo che ciascuno capisse i rapporti e le dinamiche al suo interno. Dopodiché abbiamo girato piuttosto velocemente, in cinque settimane e mezzo. Una delle sfide principali è stata rendere efficacemente l’ambiente del deposito di distribuzione dei pacchi da consegnare. Abbiamo dovuto conoscere nei minimi dettagli l’intero processo e fare in modo che ciascuno sapesse esattamente qual era il suo compito e poi abbiamo girato quelle scene come fosse un documentario. Abbiamo definito chi si sarebbe occupato dei pacchi al loro arrivo in magazzino, chi li avrebbe smistati, quali sarebbero stati gli autisti che entrano con il loro furgone, quello che sarebbe successo in ogni singola fase dell’intera sequenza di eventi. Fergus e la squadra delle scenografie ha fatto un lavoro eccellente per consentire tutto questo. Coreografare quelle scene è stata una sfida poiché si tratta di un vasto deposito operativo, in cui le voci risuonano, situato in una zona industriale. Ma i ragazzi sono stati fantastici. Si sono lasciati coinvolgere e si sono dati da fare con grande passione. Spero che dalle immagini emerga che sanno quello che fanno, che lavorano veloci sotto lo sguardo da lince del manager del magazzino che schiocca la frusta. Ogni dettaglio doveva essere autentico. Nessuno doveva fingere. Volevamo che il paesaggio urbano di Newcastle fosse presente nel film, senza assomigliare a immagini turistiche, senza mostrare solo le attrazioni della città. Penso che si abbia un senso del paesaggio: si vedono le vecchie file di case a schiera, gli stabili condominiali e il centro città con la sua architettura classica.”

Secondo lei quali sono i quesiti che solleva il film?
“Questo sistema è sostenibile? È sostenibile fare acquisti grazie a un uomo in un furgone che si ammazza lavorando 14 ore al giorno? In fin dei conti, è davvero un sistema migliore rispetto a recarci in un negozio e parlare con il gerente? Vogliamo davvero un mondo in cui le persone lavorano sotto una simile pressione, con ripercussioni devastanti sulle loro amicizie e sulle loro famiglie e un restringimento delle loro vite? Qui non si tratta del fallimento dell’economia di mercato, al contrario è la logica evoluzione del mercato, conseguenza della concorrenza selvaggia a ridurre i costi e ottimizzare i profitti. Il mercato non si interessa della nostra qualità di vita, è preoccupato solo di fare soldi e le due cose non sono compatibili. I lavoratori sulla soglia della povertà, come Ricky, Abby e la loro famiglia, pagano il prezzo. Ma alla fine tutto questo non conta a meno che il pubblico non creda alle persone che vede sullo schermo, non le abbia a cuore, non sorrida con loro, non condivida i loro problemi. Sono le loro esperienze vissute, riconosciute come autentiche, che dovrebbero toccarci.”

credit image by Press Office – photo by Lucky Red