Odissea di Christopher Nolan: il mito diventa materia, tempo e colpa
• La recensione del film di Christopher Nolan che trasforma il poema di Omero in un’epopea fisica e morale, costruita attorno al ritorno di Ulisse, alla maturazione di Telemaco e alla resistenza politica di Penelope.
• Odissea è il primo lungometraggio girato interamente con cineprese IMAX a pellicola e combina location reali, grandi scenografie e navigazione in mare.
• I 5.300 costumi di Ellen Mirojnick e il make-up di Luisa Abel danno al mito una consistenza vissuta, fatta di bronzo ossidato, lino scolorito, sale, fango, rughe e corpi segnati dal tempo.
Con Odissea, Christopher Nolan riconduce il proprio cinema alla sua matrice più antica: il viaggio di un uomo che vuole tornare a casa e scopre che il tempo, la guerra e le sue stesse decisioni hanno reso impossibile ritrovare intatto ciò che ha lasciato. Matt Damon interpreta un Ulisse stanco e moralmente ambiguo in un film monumentale, girato interamente in IMAX, nel quale costumi, make-up, paesaggi e corpi sostengono la parte più convincente del film.
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Odissea è il film verso cui Christopher Nolan sembra essersi diretto fin dall’inizio della propria carriera. La narrazione spezzata, le storie parallele, l’ossessione per il tempo, il ritorno a casa, il senso di colpa e la figura dell’uomo brillante che confonde l’ingegno con il diritto di governare gli eventi appartengono già a Memento, Inception, Interstellar, Dunkirk e Oppenheimer. Nel poema di Omero, Nolan trova l’archetipo che precede tutti questi personaggi: Ulisse, stratega capace di porre fine a una guerra e uomo incapace di attraversarne le conseguenze senza produrre nuove ferite.
Il regista tratta il mito come una realtà da rendere credibile prima ancora che spettacolare. Navi, armature, grotte, palazzi e tempeste possiedono peso, temperatura e attrito. La scelta restituisce forza all’epopea, perché dei e mostri acquistano senso dentro un mondo in cui la natura viene percepita come volontà divina. Allo stesso tempo rivela il limite più riconoscibile del cinema di Nolan: la tendenza a trasformare ogni mistero in un problema di architettura narrativa e produttiva. Quando Odissea lascia respirare i corpi, il paesaggio e il dubbio morale raggiunge una potenza rara. Quando accelera per dimostrare la perfetta funzionalità della propria macchina, il mito perde parte della sua ambiguità.
Omero contiene già tutto il cinema di Nolan
Il poema omerico offre a Nolan una struttura congeniale. La vicenda di Ulisse procede attraverso ricordi, deviazioni e racconti interni, mentre Telemaco conduce una ricerca parallela del padre e della propria identità. Il regista non deve imporre al materiale la non linearità che caratterizza il suo cinema: la trova all’origine stessa del racconto occidentale. L’adattamento integra inoltre il sacco di Troia attraverso fonti come l’Eneide e l’Agamennone, ampliando ciò che nell’Odissea compare soprattutto come memoria.
I due concetti centrali sono nostos e xenia. Il primo indica il ritorno a casa come viaggio fisico e trasformazione spirituale; il secondo definisce l’ospitalità come legge umana e divina. Nolan li usa come principi drammatici. Ulisse desidera Itaca, ma ogni tappa misura la sua capacità di riconoscere l’altro, rispettarne lo spazio e assumersi la responsabilità delle proprie azioni. La violazione dell’ospitalità prepara alcuni degli incontri più terribili del viaggio, mentre il ritorno perde progressivamente il carattere di una ricompensa e diventa un esame morale.
È una scelta coerente con il Nolan più maturo. Come J. Robert Oppenheimer, Ulisse possiede un’intelligenza capace di cambiare la storia e una coscienza costretta a vivere fra le macerie di ciò che quell’intelligenza ha prodotto. Il Cavallo di Troia è insieme capolavoro strategico e origine della colpa. Il film osserva il vincitore quando la vittoria ha già cominciato a decomporlo.
Matt Damon, un Ulisse lontano dall’eroe limpido
Matt Damon porta nel personaggio una qualità essenziale: la stanchezza. Il suo Ulisse conserva lucidità, autorità e capacità di seduzione, ma il corpo registra la guerra e il mare. Nolan evita di presentarlo come una figura moralmente integra. L’eroismo nasce dalla resistenza, dall’intelligenza e dal desiderio di tornare; l’ambiguità emerge dall’orgoglio, dalla violenza e dalla convinzione di poter piegare persone e natura alla propria strategia.
Damon aveva già interpretato per Nolan due uomini legati a sistemi estremi: il dottor Mann di Interstellar, disposto a tradire per sopravvivere, e Leslie Groves in Oppenheimer, organizzatore della più grande impresa scientifica e militare del suo tempo. Ulisse assorbe entrambe le linee. È il sopravvissuto e il comandante, la vittima del viaggio e uno dei suoi principali responsabili.
Un aneddoto riassume il rapporto di fiducia fra attore e regista. Damon accettò il progetto prima di conoscerne il soggetto; Nolan dovette ricordargli che forse avrebbe voluto ascoltare almeno l’idea. Bastò una parola: Odissea. La preparazione fu meno semplice. Nolan lo avvertì che sarebbe stata una lavorazione particolarmente dura, spingendolo a costruire una forma atletica adeguata alla continuità di riprese in condizioni estreme. L’attore racconta di aver accolto ogni nuova location con una risata incredula: anche l’Islanda, prevista come una tappa relativamente agevole, rispose con notti sulle spiagge nere, pioggia orizzontale, vento e freddo.
Penelope e Telemaco: il ritorno è una questione politica
Anne Hathaway interpreta Penelope come una regina costretta a trasformare il controllo in una forma di resistenza. La sua attesa non è passività. Il palazzo è occupato dai pretendenti, il potere di Itaca è sospeso e ogni gesto pubblico può determinare il destino del regno. Anne Hathaway lavora sulla distanza fra compostezza e collera, conferendo alla relazione con Ulisse una dimensione più complessa della fedeltà coniugale: entrambi condividono intelligenza, strategia e la sensazione di essere compresi davvero soltanto dall’altro.
Tom Holland affronta Telemaco come un giovane che deve diventare adulto prima di sentirsi pronto. Nolan utilizza la sua familiarità con il cinema d’azione in modo intelligente. Abituato a combattere dietro la maschera di Spider-Man, Tom Holland ha dovuto imparare a mantenere leggibile il rapporto emotivo con l’avversario mentre eseguiva coreografie complesse a volto scoperto. In alcune prove la sua precisione atletica risultava persino eccessiva per un personaggio ancora inesperto: il regista gli chiedeva di combattere meno bene, lasciando che l’incertezza diventasse parte della scena.
Il film trova nella linea di Telemaco il contrappeso alla centralità di Ulisse. Il figlio cresce nell’assenza del padre e deve decidere quanto dell’eroe ereditare. Il ritorno assume quindi un significato politico e generazionale: riprendere il trono non basta, perché resta da capire quale forma di autorità possa nascere dopo Troia.
Il cast interpreta il mito attraverso le contraddizioni contemporanee
Robert Pattinson costruisce Antinoo come una figura vanitosa, violenta per delega e priva di un’etica personale. Il suo fascino ha qualcosa di deliberatamente moderno: desidera il prestigio conquistato da altri e usa l’aggressività come strumento di pressione, evitando il rischio diretto. La scelta rende il principale pretendente meno simile a un antagonista arcaico e più vicino a un opportunista capace di abitare qualsiasi epoca.
Lupita Nyong’o interpreta sia Elena sia Clitemnestra, dando corpo a due donne legate alla guerra e a matrimoni attraversati dalla violenza del potere. Charlize Theron affronta Calipso senza risolverne le contraddizioni: rifugio e prigione, promessa d’immortalità e ostacolo al ritorno. Zendaya trasforma Atena in una presenza legata alla lotta morale di Ulisse, mentre Samantha Morton legge Circe attraverso l’incomprensione e la denigrazione delle donne poste fuori dalle gerarchie maschili.
Questa ricchezza incontra anche uno dei limiti dell’adattamento. Le figure femminili possiedono intenzioni e forza, ma la struttura continua spesso a definirle attraverso il viaggio di Ulisse: attesa, tentazione, guida, giudizio. Il film resta però ancorato soprattutto dalla crisi dell’eroe maschile. È una tensione produttiva, a tratti irrisolta, fra fedeltà all’archetipo e desiderio di rileggerlo.
Location e scenografie
Il film è stato girato in 91 giorni distribuiti su sei mesi, attraversando Marocco, Grecia, Italia, Islanda, Scozia e Stati Uniti. La caduta di Troia è stata realizzata ad Aït Benhaddou, in Marocco, su un set di oltre 10.000 metri quadrati capace di accogliere 2.000 comparse e più di 60 costruzioni. Il Tempio di Atena raggiungeva gli undici metri d’altezza, con porte e mura realmente funzionanti. Quindici ulivi adulti sono stati collocati con le gru per integrare le nuove strutture nell’ambiente esistente.
Favignana diventa Itaca grazie al Castello di Santa Caterina, posto a 314 metri sul livello del mare. La mancanza di una strada ha reso necessari una funicolare e una piccola flotta di elicotteri per spostare le attrezzature. Nolan e gran parte della troupe hanno affrontato ogni giorno circa 45 minuti di salita a piedi.
I costumi raccontano un mondo sopravvissuto alla guerra
Il lavoro di Ellen Mirojnick è uno dei principali risultati artistici di Odissea. I costumi descrivono una civiltà uscita da dieci anni di guerra, consumata dal sale, dal sole, dal sangue e dalle riparazioni. Ulisse porta addosso il progressivo disfacimento del proprio mondo.
La produzione ha realizzato 5.300 costumi per cast e comparse. Il centro operativo di Los Angeles ha riunito 175 artisti, fra sarti, modellisti, scultori, tintori, specialisti della pelle, pittori e addetti all’invecchiamento dei materiali. Ellen Mirojnick ha coordinato oltre 500 persone in più paesi.
La ricerca sui costumi è partita dalla Grecia micenea e dalle culture mediterranee della tarda Età del Bronzo: affreschi, corredi funerari, frammenti tessili, gioielli, armi, tinture e tecniche di tessitura. Da queste fonti derivano armature di lino sovrapposto, scaglie di bronzo, rinforzi in cuoio, sistemi di allacciatura asimmetrici e indumenti avvolti attorno al corpo, lontani dal panneggio marmoreo associato alla Grecia classica.
Il bronzo rappresenta la dichiarazione estetica più netta. Ellen Mirojnick rifiuta il metallo dorato e brillante del cinema in costume. Le armature sono scure, ossidate, ammaccate e riparate. Ogni pezzo è stato invecchiato a mano attraverso patine chimiche ed abrasioni. Il metallo deve sembrare forgiato, indossato e colpito, capace di trattenere il sudore e il sale.
I dieci abiti di Penelope trasformano il colore in resistenza
La scelta più raffinata riguarda Penelope. Anne Hathaway indossa dieci abiti dai colori intensi. La regina non adotta il guardaroba spento di una vedova perché rifiuta di considerarsi tale. Vestirsi ogni giorno con la piena autorità del proprio ruolo significa proteggere la legittimità di Ulisse, prepararsi al suo possibile ritorno e ricordare ai pretendenti che il trono non è disponibile.
Il costume anticipa così il personaggio prima del dialogo. Colore, silhouette e qualità del tessuto esprimono controllo politico, desiderio e ostinazione. All’estremo opposto si colloca Antinoo. Robert Pattinson e Ellen Mirojnick hanno sperimentato materiali e fili d’oro per tradurre la vanità del personaggio.
Make-up e hair design rendono visibile il passare del tempo
Il make-up di Luisa Abel e l’hair design di Gloria Casny seguono lo stesso principio dei costumi: rendere il mito credibile attraverso la precisione della materia. Circa 90 truccatori hanno lavorato su beauty, barbe, protesi, invecchiamento e copertura dei tatuaggi, con il supporto di due laboratori specializzati negli Stati Uniti e nel Regno Unito.
Luisa Abel ha sviluppato prodotti su misura per evitare che il trucco contemporaneo risultasse evidente sui volti dell’Età del Bronzo. Per Penelope, il make-up accompagna il trascorrere degli anni con variazioni minime per rendere percepibile l’attesa.
La musica di Ludwig Göransson trasforma il bronzo in memoria
Ludwig Göransson costruisce la terza colonna sonora per Nolan dopo Tenet e Oppenheimer. Il punto di partenza è l’incontro fra strumenti antichi e la musica contemporanea: aulos, lira, voci, sintetizzatori, arpa, chitarra e trentacinque gong. La partitura cerca un suono più arcaico, metallico e instabile.
Il motivo di Ulisse nasce da tre note. Nolan immaginava le grandi lastre di bronzo usate come allarme durante l’assedio di Troia; la loro cacofonia confluisce in un lamento musicale, mentre il pizzicato della lira richiama la corda dell’arco dell’eroe. La lira è suonata dall’archeomusicologa Rosa Fragorapti, specialista di strumenti antichi.
La grandezza di Odissea
Odissea è un’opera imponente, imperfetta e profondamente coerente con Christopher Nolan. Il regista trova in Omero la forma originaria delle proprie ossessioni e la affronta con una libertà capace di tenere insieme filologia, cinema d’azione e riflessione morale. La narrazione possiede slancio, il mondo visivo ha una consistenza rara e il lavoro di costumi e make-up evita che il mito si trasformi in un esercizio astratto.
Il film racconta il deterioramento dell’uomo che ha creduto di poter governare ogni conseguenza. Nolan consegna così un’Odissea sul peso del ritorno. Itaca rappresenta una casa, un regno e una promessa, soprattutto il luogo in cui Ulisse dovrà verificare se esiste ancora una versione di sé capace di abitarla. La domanda resta aperta oltre l’ultima impresa: tornare significa raggiungere una riva oppure diventare degni di chi ha continuato ad aspettare?
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